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My year in review

A bit more than a year ago, something happened that made my life take a new direction.


I was out for dinner, explaining to my ex how much I had learned the lesson, while he replied that he would never, ever follow me anywhere.

An exciting start in January, you’ll probably think. At least, that’s what I thought.

I had just come out of a tough year I was still recovering from. The new one just started, and the “who cares” mood already took place. That was awesome.

I found myself obsessively thinking for a solid twenty days, “What am I doing?”.

“I wouldn’t follow you” was growing inside me.

So, one morning, a little less than a year ago, I woke up and out of the blue everything was clear.

By sitting and waiting, I was losing opportunities, people, future memories. I was losing my life.

I let it go.

I let it go and, as a consequence, I immediately saw what I had before my very eyes and never noticed: the new direction mentioned in the first line of this article.

Side note, this new direction also has a name, and he also opened my eyes to the world throughout the year, but we are not here to talk about this, now.

The thing is that it was not even the end of January, everything had changed already and I had no idea what was waiting for me.

I embarked on a journey full of words, facts, emotions. I must say, February was not that bad.

In March, the first unexpected thing happened.

A terroristic attack in small U; on the tram that my daughter takes to school.

An unforeseen trauma, which we never talked about again. It left us breathless, and still without the courage to take that tram again.

April and May passed quietly, and June welcomed a big death in the family. It’s not the first time that a family death happened since I’ve been living in Holland, but this one was different: this one was really special. This one is something I was waiting for a lifetime, somehow.

I was at work, that day. It was a Saturday morning. I got the news in the middle of the shift; there was no one to talk to. Things remained like that, captured in time.

Besides, due to that death, a piece of family crumbled, revealing the great sadness of human existence.

In July and August, I slept, worked and slept, waiting for a September that went quiet and proved explosive.

In September, nothing ever happens in my life, but I usually consider it as my personal January. This September, in particular, marked the last year of high school for my daughter, who turned 18 in February, and an interesting month-long life experiment, which allowed me to study my frailties.

I felt the passing of time. The lack of a second child. The inconsistency of my future.

All things that I didn’t really feel like dealing with; but I cannot make them disappear either.

I just couldn’t talk about any of it. I closed my eyes and ran.

A lot.

Until a wall stopped me in October.

My daughter suddenly got sick and my life paused.

Since then, it was all a descending path of fatigue, darkness, and confusion, and the only certainty was being calm and impassive, while a few people made me realize how strong I am living abroad and raising a kid all alone.

At the same time, work put me to the test with challenges, training, and impossible shifts, which I accepted because I didn’t have to stop. I couldn’t stop.

In November, I was gasping, trying not to think.

In December, I didn’t breathe much.

Yet, I was still traveling.

When the end of the year finally came, I was totally exhausted, divided into 4 parts: work, my love life, my daughter, and the group of life events happened, each part required maximum attention; the fourth above all had never had a voice.

I spent the 31st in silence, with no clue what to think.

And on the night of the transition, I collapsed.

I collapsed under a stream of avalanche thoughts, which shed light on the caducity of time and the difficulty in embracing and keeping beautiful things.

My job became small; my daughter’s voice became more and more distant as she said: “I’m happy for you, you deserve it”.

I reopened the new January with the same question as the year before.

Right now, I’m working night shifts, which for me is the equivalent of going on a long journey, walking in a forest or staring at the sea: it gives me the time and space to think.

And that’s so perfect, for a month that is running incredibly slow.

Poco più di un anno fa, è successa una cosa che ha fatto prendere alla mia vita una nuova direzione.

Ero a cena fuori, che spiegavo al mio ex quanto avessi capito dell’attesa e del tempo, mentre lui mi rispondeva che mai e poi mai mi avrebbe seguito da qualche parte.

Un inizio di gennaio esaltante, penserete. Io lo ho pensato.

Ero appena uscita da un anno forte, da cui ancora mi dovevo riprendere. Il nuovo anno cominciava, e “who cares” sembrava già regnare primario, dando l’impronta ai futuri mesi.

Sono rimasta a pensare per buoni venti giorni. A che stavo facendo, cosa avevo di concreto in mano, cosa speravo di ottenere.

“Io non ti seguirei” mi stava maturando dentro.

Così, una mattina di poco meno di un anno fa, mi sono svegliata che avevo capito. A stare seduta ad attendere, mi stavo perdendo occasioni, persone, futuri ricordi. Mi stavo perdendo la vita.

Ho lasciato andare.

Ho lasciato andare e il primo effetto di questo gesto è stato vedere ciò che avevo davanti agli occhi e di cui non mi ero mai accorta: la nuova direzione citata nella prima riga.

Tra l’altro, questa nuova direzione ha anche un nome, e ha pure aperto una finestra sul mondo che ha richiesto un lavoro continuo e consapevole durante tutto l’anno, ma non siamo qui per parlare di questo.

La questione è che ero a nemmeno la fine di gennaio, già tutto era cambiato e non avevo la più pallida idea di cosa stava per aspettarmi.

Mi sono imbarcata in un delizioso nuovo viaggio ricco di parole, fatti ed emozioni. Febbraio è stato niente male.

A marzo, il primo imprevisto.

Un attentato nella piccola U, la città in cui vivo; sul tram che porta a scuola mia figlia.

Un trauma non previsto, di cui non abbiamo mai più parlato. Una roba che ci ha lasciato senza fiato, e, a distanza di mesi, ancora senza il coraggio di riprendere quel tram.

Aprile e maggio sono passati in sordina, e a giugno è avvenuto un grande lutto in famiglia. Ce ne era già stato uno da quando vivo all’estero, anche quello importante, ma questo, questo era proprio diverso: questo era speciale. Questo è qualcosa che aspettavo, potrei dire quasi da una vita, in un certo senso.

Ero al lavoro, quel giorno. Era un sabato mattina. Ho ricevuto la notizia nel mezzo del turno, non c’era nessuno con cui poter parlare. La cosa è rimasta così, catturata nel tempo che ha ricominciato a scorrere.

Grazie a quell’evento, tra l’altro, quell’angolo di famiglia che era rimasto si è sgretolato, rivelando la grande tristezza dell’esistenza umana. Mah.

A luglio ed agosto, ho dormito, lavorato e dormito, in attesa di un settembre che è entrato in sordina e che si è rivelato esplosivo.

A settembre nella mia vita non succede mai niente, ma io lo considero come il mio gennaio: è il mese in cui penso e quello in cui ricomincio. È anche l’inizio della scuola.

Questo settembre in particolare segnava l’ultimo anno di liceo per mia figlia, che a febbraio ha fatto 18 anni, e un interessante esperimento di vita durato un mese, che mi ha permesso di studiare le mie fragilità.

Ho visto il tempo che passa. La mancanza di un secondo figlio. L’inconsistenza del mio futuro.

Tutte cose con cui non mi andava molto di fare i conti; ma stanno lì, non è che negandole scompaiono.

Non ne ho parlato.

Ho chiuso gli occhi e ho corso.

Fino a che, ad ottobre, non mi ha bloccato un muro.

Mia figlia si è improvvisamente ammalata e la mia vita si è sospesa.

È cominciato da allora un percorso discendente di fatica, buio e confusione, dove l’unica cosa certa era restare calmi e impassibili, mentre qualcuno mi faceva rendere conto che dovevo proprio essere una persona forte a vivere all’estero e a crescermi un figlio da sola.

Allo stesso tempo, il lavoro mi metteva alla prova con sfide, training, e orari impossibili, che accettavo perché non dovevo fermarmi, non potevo fermarmi.

A novembre rantolavo, cercando di non pensare.

A dicembre, respiravo poco.

Ma ancora viaggiavo.

Quando sono arrivata alla fine dell’anno, ero ormai esausta, esaurita in mille pensieri, divisa in 4 parti, tra il lavoro, la mia vita sentimentale, mia figlia, e il gruppo degli incredibili eventi accaduti. Ogni parte richiedeva il massimo dell’attenzione, e soprattutto l’ultima non aveva mai avuto voce.

Ho passato la giornata del 31 in silenzio, senza sapere cosa pensare.

E nella notte della transizione sono crollata.

Sono crollata sotto un flusso di pensieri a valanga, che facevano luce sulla caducità del tempo e la difficoltà ad abbracciare e tenersi le cose belle.

Il lavoro diventava piccolo, la voce di mia figlia si faceva sempre più lontana mentre diceva “sono felice per te, mamma, te lo meriti”.

Praticamente, ho riaperto il nuovo gennaio con la stessa domanda dell’anno prima.

Sto lavorando di notte, in questo periodo, che per me è l’equivalente di partire per un lungo viaggio, passeggiare in un bosco o fissare il mare: mi dà il modo, il tempo e lo spazio di pensare.

Perfetto, in un mese che sta scorrendo veramente lento.