Scale

In questo momento sono qui.

Qui dove, direte voi, vediamo solo quattro gradini e un buio sopra e sotto.
Esatto: sono nel punto che non si vede, che può essere uno qualunque.
Questo accade perché non lo so nemmeno io qual è il mio ‘qui’.
Ho scelto una foto delle scale perché, mio malgrado, temo siano diventate il mio oggetto simbolico, il mio switch del cambiamento, la mia cartina tornasole, il giro di boa, e il luogo in cui mi ammazzerò, probabilmente, se continuo così.

Novembre 2009. A un concerto, salto letteralmente al buio circa 3 gradini per un’altezza totale di un metro. Manca il corrimano, c’è il vuoto alla mia sinistra. Metto il piede lì, nel niente. Cado di schiena, sbatto la testa. Dolori atroci, ospedale il giorno dopo, quattro mesi di analisi, collarino, sedativi, antiepilettici, cortisonici. Mal di testa, difficoltà di linguaggio, tremore a una mano. Chiusura di un grosso capitolo della vita a febbraio 2010: piena di rabbia, lancio il collarino. I dolori, lentamente, cominciano a passare. Mi ammalo di altro, ma almeno cammino.

Dicembre 2014. Su un tram che frena troppo, scivolo su una manciata di gradini, ruotando sul ginocchio destro. Non cado. Dolori intensi, ospedale due settimane dopo. Due ossa rotte, cartilagine andata, un intervento, sei mesi di letto. Infiltrazioni al ginocchio. Codeina. Due anni di fisioterapia. Overdose di pensieri. Perdo tutto, rinuncio a ciò che resta. Chiusura di un grosso capitolo della vita ad agosto 2016. I dolori, lentamente, cominciano a passare.

Giugno 2017. Dalle scale di casa, salto, di nuovo al buio, gli ultimi gradini alle 3 di mattina, per seguire il gatto. Manca di nuovo il corrimano, i gradini girano verso sinistra, non ne sento uno. Cado di ginocchia, appoggio sul sinistro. Dolori alle gambe. Lividi, niente ospedale. Anche niente medico, siamo in Olanda. Ancora codeina. Comincio a chiedermi che problema ho, io, con le scale. I dolori, lentamente, cominciano a passare.

Giugno 2017, sei giorni dopo. Al centro delle scale di una casa, cado all’indietro. In quel punto la scala si allarga, e i gradini girano a sinistra. Non voglio ancora, no. Ma è chiaro che sono indebolita. Mi aggrappo, un braccio provato dai lividi dei sei giorni prima, l’altro indebolito da un danno permanente del gatto. Ruoto ancora sulla gamba destra, giro anche la sinistra. Fermo la caduta al terzo gradino. Un, due, tre, ho visto brevemente la storia della mia vita e gli unici tratti salienti che mi sono venuti in mente – i miei affetti. Dolori, ovunque. Sospetto che le scale stiano cercando di mandarmi un messaggio.

Sospetto che le scale mi stiano fermando.
Forse c’è qualcosa che devo vedere.
Forse c’è qualcosa che devo cambiare.

Forse devo solo far uscire di casa il gatto.