Nell’attesa della domenica

Stamattina non pioveva.
Era nuvolo, ma si sapeva già che le gocce avrebbero cominciato a scendere. Si avvertiva nell’aria, si sentiva nel profumo della terra che si incrocia all’asfalto.
Le macchine lo rigavano, lasciandone intravedere una sottile polvere di catrame che invadeva i polmoni e i nostri respiri.
Stamattina ho sbagliato fermata dell’autobus per la prima volta. E’ un tratto che faccio spesso, guardavo bene le solite indicazioni ma ho sbagliato comunque. Ero sovrappensiero.
Sono tornata indietro, sono scesa di fronte all’ospedale e sono andata a fare la consueta fisioterapia.
Oggi la gamba mi fa molto male, camminare è difficile più del solito.
E, in barba al dolore, quando sono uscita ho sbagliato tragitto, di nuovo. Questa volta l’intero autobus. Ne ho scelto uno nella convinzione che avrei comunque raggiunto il posto di lavoro.
Mi sono ritrovata in un’altra parte della città; sono dovuta tornare indietro.
Sono arrivata molto tardi.
Ne consegue che oltre al sovrappensiero vorrei essere altrove.
Ho desiderato andarmene, senza rendermene conto.
Ma tentativo di evasione vs. doveri = 0 a 10.
E quando mi è stato fatto notare che stavo chiaramente dando segnali di fuga, ho provato a immaginare dove stavo pensando di andare. In quale parte di mondo. Quanto lontana da qui. Cosa succederebbe se io una sera, semplicemente, non rientrassi; se io una mattina, semplicemente, non mi presentassi a lavorare. Sarei probabilmente licenziata, dovrei andare a suonare alla porta di qualcuno che avesse voglia di accogliermi e darmi rifugio, mi ritroverei ben presto senza soldi. Stravolgerei la vita di mia figlia.
Non si può fare.
Solo un’altra volta, in passato, mi sono ritrovata smarrita per strada. Lei era piccolina di pochi mesi, io uscii di casa con il passeggino, girai un po’ di angoli e a un certo punto non fui più in grado di rientrare: per un paio di minuti non sapevo dov’ero. Né sapevo dov’era casa.
Poco tempo dopo la lasciai per sempre.
Nel mio tragitto di oggi, nel punto in cui mi sono persa nel limbo, ho avuto modo di farmi infastidire dal vociare degli umani sui mezzi pubblici che ci fanno sentire tutta la loro vita al telefono come se stessero parlando dal bagno di casa loro.
Sarà che io mi sento così riservata, ma che bisogno avete di urlare tutto per strada.
Oggi è ancora lunedì.
Un lunedì perpetuo che si propagherà a elastico per i prossimi giorni a venire. Un moto ondoso che potrà portare a disgregazione. Una bolla spaziotemporale in cui le emozioni resteranno sospese, tra le colpe, i sensi di colpa e lo sguardo vacuo. Mentre io, a tratti, non sento niente.
In attesa di quell’unica scossa che mi prende ogni singolo osso e tessuto del corpo e mi fa sentire bene, e viva.
In attesa della domenica.