Insurgent

18 marzo 2015, ore 1:45.

È veramente tardi. Continuo ad avere la sveglia alle sei e un quarto. Non la metto d’abitudine; soprattutto ora che sono stata esonerata da ogni attività, potrei dormire. La metto per mia figlia. Mi alzo, le preparo la colazione, mi prendo cura di lei svegliandola dolcemente, la convinco a fare un piccolo sorriso mattutino. Tutte le mattine, nel tragitto che separa il letto dalla porta, tengo lezioni sul volersi bene, parlarsi, sorridersi e sorridere alla vita. Ogni tanto non funziona, il meccanismo si inceppa: lei forse apre il telefono legge qualcosa su qualche chat o semplicemente la luna è in quadratura e non trova le chiavi di casa, ed esce adombrata; pronta a far crescere quell’angoletto scuro per tutta la giornata, ma che scarica solo una volta tornata a casa dalle lezioni. E quella che comincia da lì, dal pranzo alla cena, può diventare una delle giornate più lunghe dell’anno. Dove tutto si autoricostruisce sbagliato. E aspetti che finisca, chiedendoti come sarà la lezione del mattino seguente.

E dire che la vita mi ha offerto una grande opportunità, in questo periodo a cavallo tra la prima e la seconda metà del mio percorso. Mi sto impegnando per sfruttarlo a farlo fruttare con lei. Con lui. Con me. Su questa ultima parte sono proprio poco pratica, anzi direi decisamente incapace. Ho continuato a lavorare, pensare al lavoro, sognare il lavoro, invece di pensare a me. E poi, questi ultimi giorni è successo qualcosa.

Ma torniamo indietro. Sono a casa da metà dicembre, per un incidente. Sì lo so, sono passati tre mesi (precisi, oggi 18 marzo), e sono ancora a casa. E non riuscirò presto, ancora. Per chi ancora non lo sa, mi sono fratturata tre ossa del ginocchio e sono in attesa di intervento. L’incidente in verità c’era stato all’inizio del mese, ma vivere in Occidente significa vivere al motto di “non posso fermarmi, devo fare tante cose, sono impegnatissima (e il conseguente “non ho avuto tempo di chiamarti”). Cosa c’è di così importante che non si può fermare? Niente, vi assicuro. Perché se niente vale come quel tutto che avete, tutto vale niente senza la salute. Da metà dicembre ad oggi ho attraversato vari stadi: domanda (perché?) –vabbeh (lo stadio del vabbeh è il mio preferito) – rabbia (perché?) –solitudine – ricerca (confusione) – sonno – studio (sono ferma, ne approfitto per imparare qualcosa di nuovo) – film film film – solitudine – stupore – rabbia – pianto – paralisi (“dici sul serio?”…) – piccole felicità -panico.

Gli stadi ci sono stati per cercare un senso a quello che è successo, a questo stop che mi è stato imposto improvvisamente. È questa la domanda che mi sono fatta più spesso, da quando tutto è iniziato. Ho cercato il significato dei gesti di cattiveria che ho subito gratuitamente facendo alcuni della mia malattia una discriminante. Ho cercato il significato dell’abbandono che ho vissuto da parte di altri che non mi aspettavo, ed ho finito per ridiscutere il concetto di amicizia. Ho cercato il senso di famiglia, e la vita mi ha ricordato che va creata, costruita, giorno dopo giorno, e tutti devono fare la loro parte o la costruzione di un’ora si sfascia in un minuto. Ho cercato il senso della vita. Ho cercato il silenzio.

Ma che mi cerco, che non cammino.

Allora ho cercato dal divano un’altra strada, un cambiamento, una nuova prospettiva.

E ho capito che, arrivati a metà del nostro viaggio sulla terra, bisogna muoversi e cambiare, se si ha almeno un sogno nel cassetto ancora non tentato. Ecco, poi qui scatta la fase del “sì ma non ho i mezzi” e questo riduce drasticamente la possibilità del sogno. Torna lo stadio della paralisi. Partono gli altri sogni, quelli notturni, con i militari che occupano la città, bombardano tutto, scendono in strada ad uccidere i sopravvissuti, diffondono virus letali. Tu fai parte della resistenza partigiana. Quella che sai che morirà, ma che vuole soccombere con onore. Trattenere le lacrime è difficile. Rilasciare il coraggio è probabile. Sapere di essere destinati alla morte ed è solo questione di tempo è inevitabile.

Torna lo stadio del panico e, a ritroso, percorre le tappe precedenti – la rabbia, la ricerca, lo stupore, il vabbeh.

Ma questi ultimi giorni è successo qualcosa, ve l’ho detto. La lamina di ghiaccio trasparente che ricopre la paura di vivere si è incrinata. La ricerca dei perché sta perdendo la sua forza. Ho capito che certe cose accadono e non puoi farci niente. Ho capito che da soli non si gestisce niente e ci vuole una compagnia sufficientemente forte accanto, altrimenti oltre ai problemi tuoi ti ritrovi pure i problemi del vicino, e non sempre il vicino lo puoi scansare. E tu finisci morto. Splat.

Stanotte sono ferma, sospesa. Senza voglia di mettermi a letto, senza interesse a dormire, solo tento di sfuggire alla notte che tante volte mi ha tenuto compagnia abbracciandomi con il suo silenzio eloquente. Penso che mia figlia ha una piccola scritta sulla porta della sua camera. Dice “little things make me happy”. Non sono sicura che la legga. Ma di certo le piccole cose vanno godute, altrimenti muori. Di rancore.

Tra qualche ora tutto ricomincerà, voi leggerete che saranno le 8, o forse le 11, di fronte al caffè, sul bus che vi porta al lavoro, o starete rubando dieci minuti di pausa in ufficio. Io mi sarò alzata, o forse starò riposando. Tornerò a pensare alle mie domande, e poi ad evitarne qualcuna, travolta dal ritmo quotidiano del fai-pensa-produci. Tornerò a pensare alle cose che ho capito.


Sulla storia del senso della vita ci starò ancora lavorando.


Photo credits: The Walk by Burcumbaygut





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