Terremoto

– Ore 19:16 –
C’è un sole caldo dalle parti di Bologna. O almeno questo è quello che appare dal finestrino del mio treno. Finalmente stiamo uscendo dai tunnel di gallerie che separano la bella Firenze dalla devastata Emilia. I raggi mi colpiscono negli occhi. “Sembra che faccia estate”, potrebbero dire i pensieri dei miei vicini. “Chissà se qualcuno stacca gli occhi dallo schermo del computer o del cellulare”, dicono invece i miei.
A guardare le dolci colline illuminate e rifrangenti, si fa fatica a pensare che solo qualche ora fa ci sia stata l’ennesima, forte scossa di terremoto.

– Ore 19:27 –
Siamo fermi da 5 interminabili minuti all’ingresso della stazione di Bologna, quando finalmente ricominciamo a muoverci. Il piccolo stop è sufficiente per far scattare il clic nei passeggeri, cominciano a parlare del tu dov’eri stamattina alle nove, mia mamma l’ha sentita, speriamo che smetta. Si pensa sempre alla mamma, in certi casi. In certi casi, il tuo primo pensiero corre a ciò che hai di più importante nella vita e che davvero non vorresti perdere, e solitamente tutto questo si traduce negli affetti, non ho mai sentito nessuno pensare alla banca o alla posta. Ragioni seriamente in termini di ‘come se dovessi morire’, quando davvero la sfiori, quella normalità di vita: la normalità della morte, che nessuno vuole mai accettare.

– Ore 19:34 –
Non ho capito se siamo in ritardo. Mi guardo intorno. Cerco le tracce di qualcosa. Mi aspetto un solco profondo, ferite evidenti, sono alla ricerca di un particolare che mi possa far dire “ecco, l’ho visto”. Ma non vedo nulla. Magari alcune pietre disossate, ma chissà se erano già lì da prima. Chissà se sono come le rughe dei volti che fisso, questa gente che percorre le banchine e legge i cartelloni delle partenze, che oggi è stata smottata e ribaltata ed ora, dopo essere andata a mille all’interno del cuore, sta camminando come se nulla fosse, a normale velocità. Quella che non ha il mio treno. Siamo appena usciti da Bologna, e già inchiodiamo di botto.

– Ore 19:59 –
E alle diciannoveecinquantanove tocchiamo i trecento chilometri orari.

– Ore 20:05 –
Sono partita per raggiungere il mio amore. Ho approfittato di una vacanza e ho prenotato il treno un mese fa. Poi uno dice che non crede al destino. Un mese fa, mi ero chiesta se partire lunedì; ci avevo pensato per ben cinque minuti ed alla fine avevo optato per il martedì. Ieri sera, con qualche ora di anticipo sull’effetto sorpresa, ho comunicato al mio amore che lo avrei raggiunto, e stamattina, nel suo consueto messaggio di buongiorno, lui ci ha inserito un “Luca si è svegliato con una scossa”.
Mi sarebbe bastato il “buon buongiorno, amor mio”.
Non era per niente l’sms romantico che immaginavo per la giornata sorpresa, e sono rimasta tutto il giorno come una scema ad avere paura.
Ho pensato a scenari apocalittici.
Ho pensato a mia figlia, lontana e da sola nel centro Italia.
Ho pensato che era veramente da stupidi ed incoscienti viaggiare proprio oggi per il Nord.
Ho pensato che siamo impotenti, che non abbiamo nulla da dire, che soprattutto non abbiamo nessun diritto di dire; nessun diritto di ragionare per se stessi, quando molto è crollato e tu hai la sedia al riparo.
Ho pensato che non potrei sopportare di perdere mia figlia, ed ho pensato che volevo stare nelle braccia del mio amore. Come se lui mi mettesse al sicuro.
E ho preso questo treno.
Chissà se stanotte ci saranno altre scosse, ma tra poco più di mezz’ora arrivo.

Porto dieci minuti di ritardo.