L’Attesa – part I

Non esiste una foto del tamburellare con le dita. La cercavo in accompagnamento a queste parole, volevo farvi vedere ciò che sto pensando. Immagino una scena in bianco e nero, una parte di corpo seduta sul bordo del letto o della sedia, le braccia dritte accanto al busto, le mani posate delicatamente, le dita in un leggero movimento di riflessione. Stasera sono così: in un leggero movimento di riflessione. Quando mi esprimo in questo modo, però, so che il leggero è solo teorico: in realtà ha cominciato a volare sopra le teste, fino a tagliare quelle di troppo. 
Ora mi serve il tempo del raccoglimento, dopo essermi disgustata in questi ultimi mesi, aver schiamazzato e urlato montagne di uffa dalla mattina alla sera; ora è giunto il tempo dell’osservazione. Ho avuto un’improvvisa illuminazione serale. E’ giunto il tempo dell’attesa. Dell’attesa da parte degli altri.
Possibile che siano quasi tutti ciechi? Che non sappiano distinguere dalla prima riga di uno scritto se il contenuto sarà falso o sincero? Possibile che non colgano nelle sfumature della voce i caratteri, le reazioni che potrebbero accadere? Possibile che non ascoltino i gesti e non vedano le parole?
Se voi potete, è vostro dovere usare queste capacità per proteggervi. Sedetevi sul bordo del letto a tamburellare con le dita, se vi tamburella già la testa.
Dovete fermarvi a fare una lista dei pensieri e riordinare le idee.
Io vi aspetto di là. Ci vediamo alla fine dell’eco del suono.