E’ lei. Un piccolo puntino ripiegato su se stesso.

Viene da lontano, sola, trascinando con sé a fatica una valigia consumata, piena di ombre e di parole. Ha il volto scavato, il corpo chiuso, i capelli di fronte al viso. Ha uno sguardo macchiato, con cui non vede nessuno. Fissa davanti a sé con occhio vitreo il mondo, che le sta scivolando addosso e che le corre intorno. E’ in una campagna deserta ripiena di un cielo plumbeo. E’ al centro di una piazza, chinata in ginocchio per la stanchezza e la gente la guarda come fosse una poveraccia; una nota di compatimento e di paura, per il non voler sapere. E’ lei, trasparente eppure pesante, nonostante i suoi pochi chili che pesano come ferro, o forse sono molti e pesano come ali. Le ali che vorrebbe avere, per quella valigia che vorrebbe lasciare, e non le si stacca dalla mano. Ogni volta ha preso qualcosa da chi ha incontrato, ed ogni volta ha dato tanto di quello che aveva -ma qualcosa è stato un furto-, fin dall’inizio, quando era piena di buone speranze e la valigia ricca di farfalle. Ha chiuso mille e più porte, non è riuscita a tenere quelle giuste. Ha aperto solo quelle suggerite dalla ragione. Le ha sbagliate tutte. Non può più tornare indietro e vaga nel buio del vuoto, con l’intima speranza di arrivare ad un approdo, ma non sa nemmeno lei più qual è, e pensa che ormai non riuscirà a vederlo. E’ persa. Ha camminato sempre, ogni volta sempre più lenta, ogni volta le gambe più pesanti. Ogni volta la valigia più trascinata. Si è fermata quando la hanno fermata, per dare indicazioni e per sfamare chi le ha chiesto un pezzo di pane. Capitava sempre di fronte a qualcuno che aveva bisogno di un aiuto; a loro, la strada ha saputo indicarla. Nessuno sapeva parlare con lei. Nessuno la sentiva. Ealla fine, per sé, non ha nulla. Non è stata capace di costuire niente. Non cammina quasi più. E adesso provate a dirle che deve andare avanti.