Robot di mezza estate.

Ho una strana malattia: sono morta. Ufficialmente non si vede, e nessuno lo sa. Sembro regolarmente in vita, cammino e svolgo tutte le mie funzioni. Un esperimento scientifico, o un virus, non lo so, hanno causato il mio stato. Non posso confidare il mio terribile segreto a nessuno, e l’unica persona ad esserne al corrente è lo scienziato, o un amico, non lo so chi sia con esattezza. Riesco ad ingannare le persone con i miei capelli di seta e la mia pelle di rosa grazie ad un rimedio che non mi fa andare in putrefazione, la carne in decomposizione, la puzza di morto, quelle cose lì. Sembra una roba mediocre da film, ma il rimedio è l’amore. Il contatto fisico di una persona che conosce ed accetta la mia condizione e che, nonostante questo,  è disposta a starmi accanto ed -almeno- a tenermi la mano ogni cinque minuti. Cinque minuti sono il tempo che il mio corpo resiste all’aria, dopo il quale avvia lo stato di distruzione cellulare. Il ricambio avviene solo trasmettendo cellule nuove, attraverso il contatto con un altro corpo, appunto. Restarmi accanto in questa circostanza è un grande atto d’amore, secondo me. Ma io confido nella risoluzione del problema. Sono fiduciosa. Non ricordo quando tutto questo è cominciato, non sembra esserci via di uscita, non posso essere mai lasciata da sola, e non posso fare tre passi in tutta libertà. Ma spero sempre che presto o tardi si trovi la cura, che possa sostituire definitivamente il bisogno del continuo abbraccio.