E poi capisci.

Ti rendi conto che tutto quello che hai fatto fino a quel momento non serviva a niente. Tutte quelle ricerche, quell’incessante voler sapere, infilandosi anche a forza negli angoli più nascosti. Tutte quelle domande sparse nel vuoto, le teste, le facce. Le parole. Il sentore di frasi pronunciate a bassa voce, e a volte tradotte dal silenzio in interpetazioni – alcune rimarranno cieche. E poi, ti rendi conto che tutta quella cecità ti ha contagiato e ha rischiato di farti perdere la vista, e il punto del vero. Hai scavato su suggerimenti sbagliati, di te o dei tuoi amici. Che tu sia uomo o donna, hai scavato lo stesso. E quando hai trovato, non era quello che cercavi. Ed hai pensato che, come sempre, era meglio non sapere per certo, che sapere di non sapere, perché ciò che hai avuto non è servito a niente. Tutte quelle illusioni cadute a vuoto o mai volate, dotate di grandi ali senza colore che ti rendono così dissimile agli angeli, quando ti guardi allo specchio e scende solo una macchia di rimmel. Vedi altri volare fino alle nuvole dei loro sogni, strapparne un angolino come fosse zucchero filato e riportarlo sulla terra, mangiucchiarne un po’, piantarlo e farlo crescere. Poi vedi i tuoi occhi grandi e cerchiati. Le labbra socchiuse, una goccia di ombretto pastoso nell’angolo della bocca, e l’espressione di chi sa che deve ricominciare daccapo, perché o il riflesso nello specchio, o lo specchio rotto.