Una Amy.

Sono rimasta tutto il giorno a leggere i commenti che si sono seguiti alla morte di Amy Winehouse.
Al di là dei giudizi tecnici, e della perdita di una gran voce, vedo un’artista palesemente consegnata alla storia dei miti nel giro di 24 ore, come è stato per Jim Morrison, James Dean, o Marilyn Monroe. Non sto esagerando; all’epoca nemmeno questi erano visti come dei gran fenomeni, erano solo ragazzi capricciosi che conducevano vite dissolute e si facevano notare per la loro sregolatezza. La morte in giovane età ha segnato, e segna ancora oggi, gloria eterna e fama imperitura a chi ha fatto parlare di sé nel bene o nel male, riconoscendo improvvisamente un talento sul quale qualche critico –fino a qualche giorno prima- era stato anche pronto a sputare sopra.

E’ il caso anche di Amy, che alla sua ultima apparizione in pubblico ha fatto venire i brividi dalla pena, più che dalle potenti corde vocali. Quel giorno, non c’è stato nessuno che si è chiesto perché lei fosse ridotta in quello stato. Una ragazza che ha il potere discografico nelle mani, che migliaia di fans pagano per vedere, che subisce la pressione continua dei media sempre pronti a contarle il numero di bicchieri in mano, ha un improvviso drammatico crollo in diretta mondiale e viene registrata da miliardi di occhi. Che peso è mai questo per l’anima.
E che peso è mai il giudizio delle persone che da ieri si stanno scatenando sul fatto che tanto era una tossica, alcolizzata, che se la è cercata, e lo ha detto pure sua madre che era questione di tempo.
E che dramma etico possono essere il moralismo e la chiusura mentale di chi si limita a liquidare frettolosamente le vite altrui, basandosi su parametri di perbenismo o sull’invidia del denaro e della professione.

A me Amy non è mai piaciuta particolarmente come fenomeno mediatico.
Ma a piacermi meno è questo gioco al massacro che si è scatenato intorno alla sua figura.
E meno ancora, l’attribuzione di tutto a una micidiale overdose.
Qualcuno si è chiesto perché la mamma vedesse sua figlia come una bomba a tempo? La mamma infermiera, che quindi sa tutto delle dinamiche chimico-fisiche e psicologiche di un corpo umano, che arriva a dire una cosa del genere, è preoccupante. E non perché non abbia fatto niente per recuperarla – ne dubito, è una madre, avrebbe dato anche entrambi i reni per salvarla sicuramente.
Quello che vedo io in tutta questa storia è solo una poveretta che è rimasta schiacciata dal peso delle sue sofferenze e fragilità. Perché non esiste conto in banca o fama che ti salvi da certi dolori o da certi percorsi di vita. Nel proprio personale viaggio, ognuno affronta come meglio può le circostanze che gli accadono, e se si reagisce in un modo non è detto che un altro debba reagire con lo stesso identico atteggiamento. Perché i problemi possono essere tutti diversi e tutti uguali. Ed alcuni non sono nemmeno curabili con l’analista. E nessuno di noi può sapere se lei ci andava, dall’analista, né cosa le fosse successo davvero nella vita.

Amy è solo un caso a vista di un disagio di ragazza, tatuata all’inverosimile, con dei capelli che non si potevano guardare, e una magrezza che nel corso del tempo è andata sempre più aumentando, e anche questa non è mai indice di niente di buono. Amy cercava attenzioni, come tutte le persone che stanno male, e non le ha avute. No, non le ha avute, perché il personaggio dell’artista maledetto è un cliché che ti si attacca al corpo come una cozza al suo scoglio, e a volte si arriva a non capire più chi nasce prima, se il dolore, o l’arte.

Quello che vedo in Amy Winehouse è di una banalità sconcertante: stava male. E quello che vedo troppo spesso nelle persone è di un deprimente sconcertante: sottovalutano le richieste di aiuto.

Eppure basterebbe aprire occhi ed orecchie. Amy oggi è una scusa per contare i decibel di indifferenza di fronte al dolore del singolo individuo, troppo spesso lasciato solo in una società che non ha più spazio per la carità e l’affetto, impegnati come siamo tutti a coltivare il nostro orto, salvaguardare le nostre opinioni, condannare chi fa uso di droghe e alcol senza chiedersi davvero perché. E no, non basta dire ‘io non lo faccio quindi lei/lui non è giustificato’. Non è così. Prima di parlare, sarebbe bene porsi domande su quali siano davvero i motivi che portano una persona a reagire in certi modi, ad avere certi comportamenti, a mostrare certe difficoltà di relazioni sociali.

Non sto dicendo che dovevamo salvare Amy. Avete ragione, a noi non ce ne frega nulla di Amy Winehouse. Sto dicendo di osservare chi vive intorno a noi. Metà dei ragazzi che fa uso di droghe pesanti e massiccio consumo di alcol (una su tutti: la vodka versata negli occhi), lo fa per noia. E questo è uno stupido gioco tragico, solitamente ad uso di benestanti, sui quali non mi esprimo perché ne uscirebbero solo parole negative e sberle in faccia, se becco uno di questi idioti.
L’altra metà lo fa perché ha un profondo disagio che non riesce a risolvere, e vede come unica alternativa il rifugio in un mondo parallelo. E questo non rende nessuno di loro peggiore di chi non si è mai fatto nemmeno una canna in vita sua. Li rende solo più bisognosi di aiuto. 

Con i retaggi culturali di mia nonna non si salva la faccia, e a volte nemmeno il proprio culo. 

Chiedere aiuto è da sempre una delle cose più difficili. Lo si vive come un atto di vergogna e umiliazione, nell’incertezza di essere fraintesi e alla fine abbandonati. 
Ci sono persone che si lamentano per passatempo, è vero. Ma ci sono persone che hanno problemi seri. Ed in questo caso le evidenze aumentano. Quindi, la prossima volta che una Amy, della tv o della nostra vita, mostra palesi segni di disagio e si spinge a chiedere aiuto, forse non potremo salvarla ma sarebbe comunque bene tendere un orecchio, invece che girarsi dall’altra parte e prendere il sapone per lavarsi la coscienza.