Letture della sera.

Ogni volta, e dico ogni volta che succede qualcosa, di norma penso che la colpa sia mia. Nel senso: che dipende da me, che devo rivedere un aspetto del mio atteggiamento, che ho sbagliato una sfumatura, frainteso le parole, bla bla. Poi, un giorno, incontro una ragazza che mi dice che lei difficilmente si mette in discussione in questo modo: se succede qualcosa, il problema è semplicemente dell’altra persona. Che non capisce, non vuole capire, non è interessata; lei è chiara nell’esposizione e in quello che vuole. Forse così è troppo: non porsi mai il problema di avere sbagliato è presuntuoso. Ma forse è troppo anche quello che faccio io: pensare che il mondo intero sia giusto e io debba essere in torto e, di conseguenza, ancora più accomodante se voglio riparare. Un altro po’, e non mi si vedrà più, per tutte le volte che mi sono abbassata. Sì, lo so, retaggi culturali di una vita sbagliata. Resta il fatto che, una volta scremate le vicende da possibili influenze infantili ed adolescenziali, la sostanza non cambia: io mi faccio domande, altri viaggiano catatonici nella loro discutibile perfezione. Io tengo il coltello con la lama rivolta verso il basso, altri lo tengono dalla parte del manico. Io mi muovo, altri si siedono. Io dico che ho dei dubbi, altri non li scrivono nemmeno sulle pareti dei loro sogni. Il bello è che, volendo fare una statistica, nove su dieci di quelli ‘altri’ sono spesso convinti di comportarsi nella maniera assolutamente opposta. Il decimo sta dormendo. 

Ma è la vita. Qualcuno la sera legge un libro, qualcuno una rivista e qualcuno la sua anima. Ho dei percorsi mentali molto elaborati pronti a snodarsi, ma oggi li lascio in silenzio. Ne traccio solo le prime righe. Dico che la ragazza che, in questa storia, nulla teme del giudizio altrui controbilancia la ragazza che, in questa storia, si impegna per abbattere a picconate ciò che vede nel suo riflesso. Lascio a voi, se vorrete, l’opzione di pensare a voce alta come la cosa continua.