Lettere mai spedite.

Quanti di voi hanno scritto lettere che non hanno mai inviato? Lettere rimaste nel cassetto, infilate nella busta e mai affrancate, lettere salvate nella casella bozza dell’email e ammuffite lì. Riaperte ogni tanto per rileggerle e valutarne il contenuto. Quanti di voi si sono interrogati mille volte e poi ancora mille sull’eventualità di farle giungere al destinatario? 
A volte le abbiamo scritte solo nella nostra testa. Ne conosciamo a memoria ogni singola parola, saremmo capaci perfino di recitarle, ma solo a noi stessi.
Quelle lettere raccontano i vuoti delle nostre anime. Le paure più nascoste, le paranoie più segrete, che abbiamo confidato, forse, a qualche amico degno di fiducia.
Quelle lettere misteriose sono fogli di carta bagnati da lacrime qua e là, se le si osserva bene si può intravedere l’inchiostro stinto, l’ammaccatura della tipografia sbagliata quando battiamo i tasti a macchina o sul computer, nel concentrato di errori commessi, spaziature mancanti, scambi di posizione tra consonanti, tutto per la fretta.
Perché certa scrittura viene di getto, come quella creativa; con la differenza che di creativo quelle lettere non hanno proprio nulla. Se il loro contenuto fosse inventato, non ci sarebbe nemmeno bisogno di chiedersi se spedirle. 
Non ci sarebbe bisogno di preoccuparsi della reazione di chi le riceverebbe.
Quelle lettere sono sempre lettere di dolore. E chiunque ne abbia mai scritta almeno una nella sua vita, sa quanto sia difficile aprire la propria anima ad un cuore che non sia il suo.
Dicono tutte le stesse cose. 
Perché non ti ho più cercato.
Perché vorrei chiamarti e mi trattengo dal farlo.
Che ho continuato ad amarti in tutto il tempo che non ti sei fatto sentire.
Che ti amo e continui a non accorgertene.
Dove hai sbagliato.
Cosa ho sbagliato.
Quella volta che mi hai detto.
Quella volta che hai fatto.
Quella volta che avresti potuto fare, e non hai fatto.
Quando mi hai mentito.
Quando ho scoperto che mi tradivi.
Quando ho saputo che mi nascondevi le cose, che è diverso dalla menzogna ma non per questo meno doloroso.
Per tutte le volte che pensavo di potermi fidare di te.
Le paure che accompagnano le mie notti, i sogni che faccio.
Le paranoie che seguono i miei occhi di giorno, tenendosi accesi costantemente in allarme.
L’incapacità di crederti ancora.
Il bisogno e l’espressa volontà di volerlo fare.
Il desiderio di sapere tutto, ma proprio tutto, e diventare: una mosca che ti ronza intorno, un lampo nella tua mente, una zingara con la sua sfera di cristallo.
La consapevolezza di non poter dire davvero tutto. Questa è in ogni riga. Di ogni lettera.
Perché vorremmo che l’altro fosse un libro aperto, ma sappiamo che ogni confessione di insicurezza diventa potenzialmente una mina verso la serenità. Indeboliscei passi e il cammino insieme. Apre un varco che può essere tirato con le mani per vedere cosa c’è dall’altra parte.
Allora ci comportiamo in due modi. 
Stringiamo il cappio. Soffochiamo l’altro per desiderio di controllarlo, siamo possessivi, morbosi, lo pretendiamo sempre vicino a noi. Abbiamo bisogno di verificare cosa sta facendo. Se osservassimo bene, vedremmo che così sta cercando di scappare.
Oppure allentiamo la presa. Lo lasciamo andare, libero di muoversi. Non chiediamo spiegazioni. Lo incoraggiamo. Speriamo che, così facendo, non si allontani.
Speriamo, appunto. E’ l’unica cosa che possiamo fare, in entrambi i casi. Perché se l’altro vuole andare, lo farà comunque, sotto il nostro naso o lontano da esso.
A volte penso che meno sappiamo, più la felicità sia garantita. 
Ma forse non sono l’unica a vederla così.
Forse è per questo che scriviamo lettere, lettere segrete, lettere incompiute, e le lasciamo a riposare.
Le archiviamo in attesa del futuro, e dei suoi cambiamenti imprevisti. Le lasciamo a memoria dei nostri errori commessi e a confessione di tutti i nostri peccati.
Forse, scriverle ci basta per sfogarci e ricaricarci.
Forse, qualcuna andrebbe spedita.
Di sicuro, qualcuna no.