Diari di marketing

La prima volta che ho pensato di scrivere un blog avevo circa 20 anni. Volevo parlare di tecniche di restauro e costruire una specie di spazio che raccogliesse i trucchi del mestiere. Vi sembrerà strano sentire una ragazzina di 20 parlare di trucchi del mestiere, ma sono sempre stata piuttosto sveglia ed avevo già imparato diverse cosette. Sono una restauratrice, lo sapevate? Specializzata in dipinti su tela. All’epoca, il blog era un mezzo ancora all’avanguardia, dovevi necessariamente capirci qualcosa di linguaggio di programmazione e tutta questa parte informatica mi sembrava davvero insormontabile, così desistetti dal mio progetto di restauro virtuale.
Da allora, anno dopo anno, ho visto la tecnologia trasformarsi in maniera sempre più accessibile, fino a rendersi comprensibile anche ai poveri dementi di informatica come me. Ho sempre avuto un pessimo rapporto con questo genere di aggeggi, chi mi conosce bene lo sa. Sono una delle ultime ad avvicinarsi alle novità che prevedono pulsanti, cavetti e infrarossi. I miei telefoni fanno foto solo da 12 mesi, e mando mms circa una volta ogni stagione, al mutare delle foglie. L’i-pad è entrato addirittura nel paniere Istat, e io non ho nemmeno l’I-phone. Mentre invece mia figlia naviga su quello del papà con la stessa semplicità d’azione di quando fa circumnavigare la saponetta alla sua paperella di gomma, durante il bagno.
Insomma, dopo anni che fissavo il sito di splinder come se fosse una saponetta molto larga e insormontabile, mi sono fatta coraggio e mi sono iscritta.
E a quel punto, mi si è aperto un mondo parallelo di marketing.
Ho scoperto che tutti, ma proprio tutti, hanno un blog. Pure il salumiere sotto casa mia ne avrà uno. Ci scrivono sopra i prezzi di aggiornamento della mortadella e, quando hanno un garzone sveglio, ci fanno pure l’aggiornamento su twitter.
Ho scoperto che tutti hanno delle velleità artistiche che credono uniche. Chiunque scriva, pensa di essere originale e vincente, nemmeno per un attimo si mette in dubbio.
Ho scoperto che tutti si sentono giornalisti, o scrittori, a seconda dei casi. Adesso c’è anche la moda di mettere la licenza Creative Commons come se fosse il bollino della Siae, come se quelle due letterine CC potessero incutere terrore nell’utente medio e impedissero al suo senso civico di copiare le proprietà intellettuali di qualcun altro. Però va di moda, appunto, e quindi anch’io ho messo questo presunto marchio di licenza, pare che faccia figo. E lo ho supportato da un paio di anatemi che, a mio parere, fanno più effetto: il pericolo che si abbatta sul copione di turno una catena di Sant’Antonio via mail.
Ah che tempi, quando le catene di Sant’Antonio ti arrivavano nella cassetta della posta, a proposito. Chissà quanti di voi se la ricordano.
Comunque, torniamo al blog. Ho scoperto che quelli che scrivono nei loro spazietti si fanno chiamare ‘blogger’. Ne fanno una professione. ‘I blogger’. Ne parlano alle radio, sulle riviste, ai telegiornali. È una forma di vanto, al pari di un contratto a tempo indeterminato con il New York Times, o della vittoria del premio Pulitzer. Se poi chiedessi a qualche blogger che cos’è il premio Pulitzer,  avrei timore ad ascoltare le risposte.
Ho scoperto che ci sono medici, architetti, critici musicali, ingegneri, chef, tutti senza titolo di studio, tutti preparatissimi a darci consigli, pronti a giurare sulle loro esperienze di vita e sulla nota enciclopedia Wikipedia.
Ho scoperto che ci sono migliaia di diari segreti su blog. Segreti. A chi? La tua vicina di banco lo sa, lo dice alla sua amica, che lo dice a sua mamma, che lo dice alla mamma di quell’altra, che lo dice alla parrucchiera, che lo dice alla portinaia, che lo dice alla tua vicina di casa, che lo dice a tua mamma. Una versione post-moderna del gioco del telefono senza fili.  
Non vorrei che mi fraintendeste: non sputo nel piatto in cui mangio. Il giorno in cui sono entrata in questa dimensione virtuale, mi hanno accolto con un eccitato ‘benvenuta nel mondo dei blogger!’ e mi sono quasi spaventata. Mi sono chiesta a lungo come dovessi collocarmi, quale fosse il mio posizionamento – in gergo ‘tecnico’–, il mio vantaggio competitivo, e alla fine del ragionamento non sono arrivata ad una risposta certa.
Sono a un incrocio tra i diari di bordo e la narrativa.
Non so come si collochi questo genere, né se sia davvero importante collocarsi, ma sembriamo essere in un’epoca preconfezionata con etichette sparse su tutto, senza le quali non siamo nessuno. Lo pensa anche il famoso salumiere sotto casa. Lo pensa il gelataio, che dalle sue pagine ci informa che i suoi gusti sanno di frutta vera. Lo pensa la wedding planner, che schiaffa una foto di Kate e William sposi e con quattro righe di testo si sente Jennifer Lopez in ‘Prima o poi mi sposo’.
Io invece penso altre cose.
Penso che a volte tutto questo scrivere sia inutile, ma questo lo sapete già.
Penso che non avrò mai 1000 fans su facebook perché non faccio spam.
Penso che potrei vendere 1 milione di copie, se avessi una raccomandazione o uno zio prete.
Penso che per troppe persone non sia importante ciò che scrivi, ma lo sfondo che usi. Anche un formaggio andato a male si vende, se la tecnica è vincente e la confezione non ingombra.
Penso che in un mare di onde all’apparenza tutte uguali, pochissimi abbiano la pazienza di cogliere le diversità del nuovo, e di leggere per un tempo superiore ai 45 secondi.
Io riempio tante righe. Fanno 300 fans, più o meno.
Penso che se mettessi una mia foto in biancheria intima, 1 milione forse no, ma 100.000 contatti li farei.
Ecco perché, a questo pezzo, si accompagna l’immagine che vedete qui sotto.
Il programma di facebook mi comunica le statistiche di lettura di ogni singolo pezzo. Voglio proprio vedere questo qui quante volte sarà stato aperto.
Evviva le leggi di mercato.