hug_by_hjstory

Quelli che restano

art: hug_by hjstory

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Lo penso da sempre. E alcuni momenti, lo penso di più. Come stasera, quando nei fili del mio udito sono passate le battute di chiusura del Miglio Verde.

Le persone sono importanti.

Perché dopo che abbiamo tolto tutto, i vari non-ho-tempo, ci-sentiamo-dopo, ti-richiamo, sono-stato-molto-impegnato, che cosa ci resta?

Sì lo so, è il ritmo della vita, della parte egoista di ogni essere umano, che ognuno di noi almeno una volta ha messo in scena.

Sì è vero, dobbiamo morire tutti e non sappiamo se noi saremo i primi, forse fortunelli, o gli ultimi, quelli straziati che rimangono soli alla vecchiaia mentre tutte le persone alle quali abbiamo voluto bene non ci sono più, quindi alla fine che importanza hanno gli affetti ed evviva il viaggio.

Ma avete mai dovuto dire addio a qualcuno che se ne stava andando di fronte ai vostri occhi? E’ straziante.

E avete mai dovuto dire addio a qualcuno che se ne è andato così rapidamente da non lasciarvi il tempo di spiegare quella frase del giorno prima? E’ straziante.

E se togliamo tutto, i vari non-ti-scrivo-perché-non-so-cosa-dire, ora-non-ho-voglia, domani-lo-faccio, basta-sono-offeso, con-te-non-gioco-più, che cosa ci resta?

Se non hai nemmeno la buona salute, che cosa resta?..

Restano le persone.

Quelle che danno al tuo viaggio un senso, e che rendono tutto quel non-ho-tempo prezioso come una gemma, perché senza di loro vivremmo in maniera diversa e, forse, avremmo poco da condividere di una preziosità senz’altro meno scintillante, a quel punto. Quelle che ti consigliano, che non sono mica facili da trovare. Quelle che ti ascoltano, che del genere discreto sono rare e se vuoi andare sul sicuro devi pagare lo psicoterapeuta.

Tutto è-importante? Allora nulla lo è.

Ci vorrebbe una scala, una bella scala di legno, magari dipinta di bianco che fa tanto prato in fiore e casa di campagna in primavera. E dovremmo usare questa scala come un contenitore dove riporre ciò che ci sta più a cuore. Magari sistemiamo tutto anche in ordine di importanza, in cima il nostro irrinunciabile, e via a scendere. Quanti lo-faccio-dopo e non-ho-tempo avete messo, e quante persone avete sistemato?

Prima tutto era importante, ora sulla scala avete dovuto dare un ordine.

Il mio prevede le persone.

E quando lo spazio si farà vuoto, prima o poi, non avrò rimpianto di non averci messo un si-è-fatto-tardi. Perché tanto queste espressioni il buco lo avrebbero lasciato comunque, o non si sarebbero presentate per occuparlo.

Resterebbe una cosa da fare, dopo aver ordinato correttamente i gradini da percorrere e coloro con i quali fare quei passi: tentare di reggere le persone per non farle cadere.

Mi dicono che sia vietato usare la colla e altri stratagemmi simili, potrebbero causare irritazione -dermatologica e umorale. No anche ai piedi inchiodati: è sconveniente. Ci sono dei sistemi magici, però,  ho sentito parlare di druidi, maghi e botteghe, roba da alchimisti, qualcuno racconta di amore, qualcuno di pazienza.. qualcuno di sordità.. ma forse quest’ultimo era un burlone 🙂

Ognuno deve trovare il suo metodo per poter creare la sua scala personale, che non è e non sarà mai meno verde di quella del vicino, prima di tutto perché è bianca e poi perché ci sono i nostri non-lo-so e i nostri pilastri. Tutta davvero farina del nostro sacco.

Adesso tocca a voi. Che scala vi fate?Io voglio quella senza gli avrei-potuto.

“E con le persone? So’ due etti signò, che faccio, lascio?” “Lasci lasci.. che le persone sono importanti.”

hug_by_lokaian

TheWalkbyBurcumbaygut

Insurgent

(201503180145)

È veramente tardi. Continuo ad avere la sveglia alle sei e un quarto. Non la metto d’abitudine; soprattutto ora che sono stata esonerata da ogni attività, potrei dormire. La metto per mia figlia. Mi alzo, le preparo la colazione, mi prendo cura di lei svegliandola dolcemente, la convinco a fare un piccolo sorriso mattutino. Tutte le mattine, nel tragitto che separa il letto dalla porta, tengo lezioni sul volersi bene, parlarsi, sorridersi e sorridere alla vita. Ogni tanto non funziona, il meccanismo si inceppa: lei forse apre il telefono legge qualcosa su qualche chat o semplicemente la luna è in quadratura e non trova le chiavi di casa, ed esce adombrata; pronta a far crescere quell’angoletto scuro per tutta la giornata, ma che scarica solo una volta tornata a casa dalle lezioni. E quella che comincia da lì, dal pranzo alla cena, può diventare una delle giornate più lunghe dell’anno. Dove tutto si autoricostruisce sbagliato. E aspetti che finisca, chiedendoti come sarà la lezione del mattino seguente.

E dire che la vita mi ha offerto una grande opportunità, in questo periodo a cavallo tra la prima e la seconda metà del mio percorso. Mi sto impegnando per sfruttarlo a farlo fruttare con lei. Con lui. Con me. Su questa ultima parte sono proprio poco pratica, anzi direi decisamente incapace. Ho continuato a lavorare, pensare al lavoro, sognare il lavoro, invece di pensare a me. E poi, questi ultimi giorni è successo qualcosa.

Ma torniamo indietro. Sono a casa da metà dicembre, per un incidente. Sì lo so, sono passati tre mesi (precisi, oggi 18 marzo), e sono ancora a casa. E non riuscirò presto, ancora. Per chi ancora non lo sa, mi sono fratturata tre ossa del ginocchio e sono in attesa di intervento. L’incidente in verità c’era stato all’inizio del mese, ma vivere in Occidente significa vivere al motto di “non posso fermarmi, devo fare tante cose, sono impegnatissima (e il conseguente “non ho avuto tempo di chiamarti”). Cosa c’è di così importante che non si può fermare? Niente, vi assicuro. Perché se niente vale come quel tutto che avete, tutto vale niente senza la salute. Da metà dicembre ad oggi ho attraversato vari stadi: domanda (perché?) –vabbeh (lo stadio del vabbeh è il mio preferito) – rabbia (perché?) –solitudine – ricerca (confusione) – sonno – studio (sono ferma, ne approfitto per imparare qualcosa di nuovo) – film film film – solitudine – stupore – rabbia – pianto – paralisi (“dici sul serio?”…) – piccole felicità -panico.

Gli stadi ci sono stati per cercare un senso a quello che è successo, a questo stop che mi è stato imposto improvvisamente. È questa la domanda che mi sono fatta più spesso, da quando tutto è iniziato. Ho cercato il significato dei gesti di cattiveria che ho subito gratuitamente facendo alcuni della mia malattia una discriminante. Ho cercato il significato dell’abbandono che ho vissuto da parte di altri che non mi aspettavo, ed ho finito per ridiscutere il concetto di amicizia. Ho cercato il senso di famiglia, e la vita mi ha ricordato che va creata, costruita, giorno dopo giorno, e tutti devono fare la loro parte o la costruzione di un’ora si sfascia in un minuto. Ho cercato il senso della vita. Ho cercato il silenzio.

Ma che mi cerco, che non cammino.

Allora ho cercato dal divano un’altra strada, un cambiamento, una nuova prospettiva.

E ho capito che, arrivati a metà del nostro viaggio sulla terra, bisogna muoversi e cambiare, se si ha almeno un sogno nel cassetto ancora non tentato. Ecco, poi qui scatta la fase del “sì ma non ho i mezzi” e questo riduce drasticamente la possibilità del sogno. Torna lo stadio della paralisi. Partono gli altri sogni, quelli notturni, con i militari che occupano la città, bombardano tutto, scendono in strada ad uccidere i sopravvissuti, diffondono virus letali. Tu fai parte della resistenza partigiana. Quella che sai che morirà, ma che vuole soccombere con onore. Trattenere le lacrime è difficile. Rilasciare il coraggio è probabile. Sapere di essere destinati alla morte ed è solo questione di tempo è inevitabile.

Torna lo stadio del panico e, a ritroso, percorre le tappe precedenti – la rabbia, la ricerca, lo stupore, il vabbeh.

Ma questi ultimi giorni è successo qualcosa, ve l’ho detto. La lamina di ghiaccio trasparente che ricopre la paura di vivere si è incrinata. La ricerca dei perché sta perdendo la sua forza. Ho capito che certe cose accadono e non puoi farci niente. Ho capito che da soli non si gestisce niente e ci vuole una compagnia sufficientemente forte accanto, altrimenti oltre ai problemi tuoi ti ritrovi pure i problemi del vicino, e non sempre il vicino lo puoi scansare. E tu finisci morto. Splat.

Stanotte sono ferma, sospesa. Senza voglia di mettermi a letto, senza interesse a dormire, solo tento di sfuggire alla notte che tante volte mi ha tenuto compagnia abbracciandomi con il suo silenzio eloquente. Penso che mia figlia ha una piccola scritta sulla porta della sua camera. Dice “little things make me happy”. Non sono sicura che la legga. Ma di certo le piccole cose vanno godute, altrimenti muori. Di rancore.

Tra qualche ora tutto ricomincerà, voi leggerete che saranno le 8, o forse le 11, di fronte al caffè, sul bus che vi porta al lavoro, o starete rubando dieci minuti di pausa in ufficio. Io mi sarò alzata, o forse starò riposando. Tornerò a pensare alle mie domande, e poi ad evitarne qualcuna, travolta dal ritmo quotidiano del fai-pensa-produci. Tornerò a pensare alle cose che ho capito.

Sulla storia del senso della vita ci starò ancora lavorando.

Photo credits: The Walk by Burcumbaygut

Bear__s_Bar_by_Shirekeeper

Il bar del Nord

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Amo il rumore dei bar. Il tintinnio continuo e scintillante dei piattini e delle tazzine, quel suono di vapore per riscaldare il latte e montare la schiuma. Amo il frastuono del vociare delle persone: chi seduto ad un tavolino, chi di corsa sempre in piedi, chi impegnato a corteggiare la scollatura della cassiera. Chi impegnata a farsi corteggiare da un barista con l’aria vagamente somigliante ad un attore americano. Amo l’aria un po’ retrò che certi Café sanno dare. I profumi di broches calde miste a miele e frutti di bosco. Quegli odori che ti pervadono la stanza, se abiti sopra ad un forno.

Amo l’aria malinconica e attonita che respirano certe ragazze quando guardano fisse fuori dal vetro, sedute a girare a vuoto un cucchiaino sfogliano annoiatamente le pagine di un libro, con l’occhio di chi ha il peso della vita tutto sulle sue spalle. Affossate come una zolletta di zucchero tuffata in una bevanda.

Amo l’uomo distinto che parla da solo con se stesso e si prende il suo tempo dal tablet, limitandosi ad annotare qualche parola su un taccuino. Usa una penna. Forse una stilo.

Amo la sottile colonna sonora da cantante di pianobar con repertorio distinto, che lascia spazio ai pensieri e stende un tappeto rosso anche a queste parole. Amo la fisarmonica francese che accompagna i gesti del petit dejeuner, i tubi di metallo a vista color americano oltreoceano, i mattoncini country in colore naturale o laccati di bianco, il bianco provenzale di luce tende e mazzolini di lavanda, il legno liberty intagliato nelle cornici degli specchi. Amo il silenzio del bar delle 6 di mattina, la sua stanchezza delle otto di sera, e la sua vita cambiapelle di mezzanotte. Amo l’atmosfera esotica da spiaggia, o quella sperduta nel punto più lontano della terra, nel punto più lontano di noi. La dimensione interiore di un tempo dilatato, regalato dall’amica di fronte, oppure omaggio per noi stessi. Come stare ad osservare l’immenso, dal nulla. Amo le porcellane, la ceramica, il polistirolo compresso tutto da mordicchiare. I panini farciti e la gara a capire cosa c’è dentro. I biscotti, le fette di torta. La macchina del cioccolato caldo. L’aperitivo. L’american coffee. Il gadget alla cassa e le miriadi di Baci. Amo i caffè. I Café.

Bear’s Bar. Photo by Shirekeeper

blow-by-jeanfan

Preferenze.

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E poi la vita cambia in base alle preferenze.

Le preferenze cambiano in base all’età.

A 20 anni, discoteca. A 80 anni, nipotini.

A 10 anni, ciò che ti indicano le persone che vedi e con le quali cresci.

A 30 anni, la voglia di una famiglia e di stabilità. Di norma. Perché non sempre questa voglia la metti in pratica.

Non sempre sei disposto a rinunciare ai tuoi spazi e alle tue uscite serali, che negli anni adolescenziali hai conquistato.

Eppure è solo un cambio, una vita a due. È solo una questione di preferenze.

Pensando di dover rinunciare a se stessi, quando si tratta solo di affiancarsi a qualcun altro.

Mi chiedo perché gli esseri umani siano così egoisti.

Perché prediligano la loro chiusura mentale fatta di spazi per nessuno, alla gioia veramente vissuta di un abbraccio.

Perché si nascondano dietro le scuse, pur di non costruire.

Ciò che è definito ‘costruire’, è solo ‘fare’. È solo vivere. È solo fare cose.

Mi chiedo perché le persone non facciano cose.

Photo credits: Jean Fan, Blow

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E ci teniamo compagnia.

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Le vite delle persone sono proprio strane. Si intrecciano, si accoppiano, si mischiano e generano bambini. Proliferano. Prolificano. Si scelgono per simpatie, cercando l’anima gemella, quella più affine per giusti. Condividono i pasti, si danno da mangiare dalla stessa forchetta. Condividono il divano. Sono disposti a condividere il letto, assumono baratti d’oggetto per baratti d’affetto. Imparano a volersi bene, a volte si separano e poco lo sopportano. Poco si sopportano quando poco si amano. Si accompagnano negli anni, nei viaggi, si portano le borse più pesanti. Si tengono compagnia nelle attese. Dividono la stessa bottiglia, spezzano il pane. Attendono che si liberi il bagno. Si parlano. Si raccontano i loro sogni, a volte nascondono i loro incubi. I pensieri fuori posto. Quelli che invadono lo spazio di calma.

photo credits: Norynn, Don’t regret

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Gente.

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Mi frulla un mondo, per la testa. Un mondo fatto di voci caotiche, di persone che urlano, ti comandano, ti dicono cosa fare. Si dimenticano la gentilezza. Giro da mesi in un caos calmo, una quiete apparente dove, sottobosco, regna una democratica confusione. La mia testa come la stanza di due ragazzine adolescenti che mettono a soqquadro tutto per il gusto di provare vestiti; un raggio di sole, la primavera, leggere gonne a fiori e capelli intrecciati con qualche spiga di grano. Sembra un belvedere, eppure, di quel panorama, si scorge solo tanta polvere che si alza e si deposita sui soprammobili.

I soprammobili.

Bisognerebbe buttarli tutti, creano solo disordine.

Disordine e confusione, come le voci attonite che si rincorrono nel viale dei miei occhi. Tic e tac di passi di gente arrogante, sicura di sé, pronta a scalzare ogni pensiero diverso dal proprio. Gente che finge calma. Gente adolescente che compra solo piedistalli.  Gente senza classe. Gente senza gentilezza. Gente che si riempie la bocca di parole che non ascolta, e che poi sputa, giocando a chi va più lontano.

Non si vince niente.

Gente.

scritta 'you are dead'

Robot di mezza estate

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Ho una strana malattia: sono morta. Ufficialmente non si vede, e nessuno lo sa. Sembro regolarmente in vita, cammino e svolgo tutte le mie funzioni. Un esperimento scientifico, o un virus, non lo so, hanno causato il mio stato. Non posso confidare il mio terribile segreto a nessuno, e l’unica persona ad esserne al corrente è lo scienziato, o un amico, non lo so chi sia con esattezza. Riesco ad ingannare le persone con i miei capelli di seta e la mia pelle di rosa grazie ad un rimedio che non mi fa andare in putrefazione, la carne in decomposizione, la puzza di morto, quelle cose lì. Sembra una roba mediocre da film, ma il rimedio è l’amore. Il contatto fisico di una persona che conosce ed accetta la mia condizione e che, nonostante questo,  è disposta a starmi accanto ed -almeno- a tenermi la mano ogni cinque minuti. Cinque minuti sono il tempo che il mio corpo resiste all’aria, dopo il quale avvia lo stato di distruzione cellulare. Il ricambio avviene solo trasmettendo cellule nuove, attraverso il contatto con un altro corpo, appunto. Restarmi accanto in questa circostanza è un grande atto d’amore, secondo me. Ma io confido nella risoluzione del problema. Sono fiduciosa. Non ricordo quando tutto questo è cominciato, non sembra esserci via di uscita, non posso essere mai lasciata da sola, e non posso fare tre passi in tutta libertà. Ma spero sempre che presto o tardi si trovi la cura, che possa sostituire definitivamente il bisogno del continuo abbraccio.

mare e sdraio

Rollio.

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Se ne stava seduto ad osservare il mare con le sue barchette parcheggiate nel molo. Una parte di lui invidiava le persone che stavano prendendo il largo; di lì a poco si sarebbero fatte cullare dalle onde, sotto il caldo sole di luglio. Anche lui voleva prendere il largo. Era sdraiato, su di una strana panchina semi mobile costruita in legno, forse importazione di qualche paese lontano, o forse opera di un maniscalco locale. Era una bella sedia. Ed era un buon cocktail, quello che aveva tra le mani. Guardava le nuvole volare, voleva essere con loro. Ascoltava racconti fantastici e faceva domande su quei mondi che per il resto delle persone sembravano solo inventati. Si chiedeva dove sta il confine tra vita e realtà. Quanto si può cambiare. Se davvero vale la pena cambiare, quali sono le alternative. Rifletteva sull’importanza di non cancellare chi e cosa ha di buono nella vita, solo perché è colto da un momento di inquietudine. Di lì a poco avrebbe finito il suo cocktail, si sarebbe alzato e avrebbe guidato, diretto ai suoi doveri e dolori di sempre. Non tutti i viaggi sono belli. Alcuni sono uno strappo al cuore, qualcosa che vorresti poter fermare, e cambiare, rimodellare sulle tue misure. Per questo se ne stava lì, in attesa dello scadere dell’ora. Se non poteva bloccare il dopo, poteva almeno bloccare l’adesso. Uno sbalzo di sospensione del tempo: lui, le domande, il vento fresco, e l’ascolto suo punto fermo.

photo credits: Giulia Mariutti, Endlich ruhe

guanti da lavoro, close up

Ponzio Pilato

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‘Anche chi pulisce il cesso ha la sua dignità perciò dirigente di merda, salutandolo, non rifiutargli la stretta di mano.’  

Salvatore Grieco.

Sono arrabbiata. Sono arrabbiata come poche volte mi capita. Sono arrabbiata, intollerante e cinica verso un mondo arido egoista e anaffettivo, in uno di quei giorni cinici in cui faresti nomi e cognomi, usciresti di casa sbandierando la lista di tutti coloro che ti trattano male, che mentono, che presentano dei difetti di carattere così odiosi che li prenderesti a schiaffi in una piazza pubblica senza nessuna grazia. Io, che sono buona e paziente, che non conosco il significato della parola lite, che al massimo intavolo una discussione che deve essere costruttiva, e che se il tono si fa acceso lascio perdere mi accendo una sigaretta e torno quando i tempi sono migliori, io che sono il silenzio e la tomba dei miei torti subiti e dei racconti di altri, io mi sento un timer nella pancia e non so se per staccarlo va tagliato il filo blu o quello rosso, perché li ho mangiati entrambi.

Nei miei giorni cinici, sono contro tutti coloro che ho visto cambiare bandiera senza ritegno, passando dalla parte di chi un tempo era considerato nemmeno un nemico, peggio ancora, uno stupido. Sono contro chi pratica voltafaccia clamorosi, che per fortuna a volte i social networks ci rendono pubblici, e ci permettono di osservare la mancanza di coraggio di certi individui. Se davvero alcuni si parlassero sinceramente, le loro paginette sarebbero scarne di 🙂 😉 :p 😀 XD :*.

 Sono contro la boria dei cittadini che si credono superiori ad altri cittadini solo per la professione sulla carta di identità e i premi in bacheca. Ce l’ho, sì, con tutti coloro che si sentono meglio perché sfruttano la loro intelligenza per fare sentire gli altri una nullità. Voi, mondo arido che scalda le sedie, voi che rivolgete parola solo a un vostro pari livello e trattate una segretaria al pari di una zingara che chiede l’elemosina, quando lei è la balia dei bisognini del vostro ego. Sono contro tutti voi che non puoi lavorare perché hai una figlia e non un gatto, voi che non sei credibile perché hai un viso troppo dolce, voi che mi si accusa di essere troppo bella e per questo ci si sente in diritto di chiudermi in una stanza per pagare il pegno dell’essere femmina.

Voi, che se non ci chiudete, ci parlate comunque con l’immutato scopo di poterci toccare e quando capite che non funziona ci cancellate.

Sono arrabbiata con chi sfrutta e scarnifica le donne sempre principali vittime di un sistema maschile il più delle volte duro a morire.

Sono contro tutti gli ego smisurati che si chiudono in una bolla d’aria. Quando i vostri problemi egoisti annichiliscono quelli degli altri (quali altri?). Quando frequentate gli amici giusti e lasciate a casa quelli veri. Quando quelli veri si guardano allo specchio con un punto interrogativo e vi mandano a fanculo. Sono fottutamente contro i maniaci egoisti del proprio io, contro chi non ascolta, contro chi fa solo finta di ascoltare. Sono arrabbiata con chi si professa amico e di quella parola non ha mai imparato il significato. Sono arrabbiata con chi compone lettere con aria di sufficienza, aggredendoti, ma perché è stato punto nel vivo con la verità. Come questo pezzo di oggi, che piacerà a pochissime persone. E poi la druida, la druida che si arrabbia.

Ma io sono arrabbiata con chi si inaridisce e vuole succhiare le energie agli altri. Con chi professa fede quando la fede la ha persa. Con chi chiede attenzione ma non concede la sua.

Sono arrabbiata con chi condanna il vicino di casa e non coltiva la sua erba, con chi osserva passivamente i propri figli massacrarsi l’uno con l’altro, con chi ignora l’autodistruzione generazionale degli adulti di domani.

Sono arrabbiata con chi sa che il mondo sta andando a puttane, e si preoccupa solo della parte delle puttane.

In questi giorni cinici, sono terribilmente arrabbiata con chi inneggia al decadimento morale di questo schifo di rapporti umani senza verificare la sua relazione con il mondo. Qualcuno sparge semi pubblici in cui la cosa più carina che comunica è ‘dalla, l’importante è non parlare d’affetto’. E cazzo. Nemmeno l’affetto. In questo mondo sterile, dove a forza di coito interrotto i pochi spermatozoi rimasti diminuiscono di fertilità, siamo così cimici che perfino essere romantici diventa un marchio a fuoco, la lettera scarlatta della vergogna. Romantica, che schifo.

Sono arrabbiata con chi ignora dove vive. Con chi indossa guanti per non toccare il prossimo. Con chi non dimostra più rispetto e non ha più pazienza, nello spiegare – nel costruire – nel parlare – nell’ascoltare.

Sono arrabbiata con chi adotta questo comportamento frutto del nostro tempo, in cui tutto scorre velocemente e se ci si stanca si fa reset.

Sono incazzata, io che dico poche parolacce, e disgustata.

Sono rincuorata solo dai bambini.

Meno male che esistono i bambini.

Loro non sanno mai di cimice, né saranno mai aridi di niente.

photo credits: Roman Kraft

vitadaangeli

Vita da angeli

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Ho un problema con la digestione di una certa realtà.

Faccio un esempio: sono interdetta di fronte a chi ha paura di scoprirsi. Di dire cose e non metterci la faccia, di asserire e poi ritrattare, di cambiare bandiera con la nave che tira, di esporre minacce criptiche ed accessibili solo a pochi edotti.

Ancora esempio: in un blog, come nella vita reale, il quesito non è trovare i contenuti, ma come metterli.

E il come metterli genera il quesito ‘commenti’, così nel blog come nella realtà. Quando scrivi, impari a riconoscere le sfumature dei tuoi lettori. Sono tutti indispensabili, ma i più pittoreschi sono i contestatori: un composto ultracomplicato di parole scelte mediante approfondita ricerca su vocabolario Google versione ‘clicca su sono fortunato’, allo scopo di scovare i termini più aulici e desueti, finalizzati ad offenderti e insultarti.

I commenti di questo tipo sono tutti marchiati di anonimato e macchiati da un briciolo di codardia. Mi chiedo se in giro ci sono tanti brutti ceffi o se io li raccolgo tutti con un’unica calamita.

Di nuovo esempio.

Potrei passare in rassegna la mia infanzia.
Potrei fare mente locale sui miei amici e su come alcuni rapporti siano terminati, per le meschinità che ho scoperto nel corso degli anni.
Potrei raccontarvi di quando ho coperto un uomo nella sua scappatella, quando sarebbe bastato alzare un dito e raccontare tutto a chi di dovere, mentre l’altro mezzo mondo lo sapeva già. Quell’uomo non ha temuto perché sapeva che io lo avrei aiutato.

Anche altri non mi hanno temuto, ma hanno sviluppato un interessante senso di colpa in proposito. Altri ancora, invece, hanno minacciato. Insomma ognuno si è dato da fare come meglio poteva e nessuno è stato intaccato.

A coprire tutti sono stata io.

Fortuna che sono una semplice viaggiatrice e alle punizioni divine ci pensa qualcuno più in carriera di me, però ho scoperto che la nostra vita non è tutta carta bianca. Tutti abbiamo un Angelo protettore che ci guida e ci consiglia nel nostro cammino, secondo indicazioni ben definite e che non dipendono da noi.

Ogni Angelo ha un compito, dunque ognuno di noi ha un compito.

Hanno regalato questo libro a mia madre, a Natale dell’anno scorso, ho letto le pagine che mi riguardavano e ho riso per tre giorni di seguito.
Poi ho smesso. Ed ho capito tutto.

Il mio Angelo dice che il mio compito su questa terra è di aiutare coloro che sono in difficoltà per qualsiasi motivo (astenersi richieste per prestiti bancari alla fine di questa lettura, grazie).

Devo dare indicazioni, aiutare le persone a trovare la strada giusta dentro e fuori di sé ed accompagnarle nel percorso finché non saranno pronte, aiutare le anime meno buone che hanno bisogno di un po’ di pulizia (a volte anche in senso fisico), sostenere i disagiati, i deboli, gli infelici, i sofferenti e i malati.

Un Angelo bellissimo, il mio, non c’è che dire. L’altruismo fatto molecole del sangue. Mi alzo la mattina e mi chiedo ‘oibò, chissà chi aiuterò oggi?’. Seguire il mio destino, specifica il libro, mi porterà alla felicità.

Nulla da dire.
Fico. Mi piace e ne sono contenta.Quando ho letto la descrizione del mio Angelo, ne sono rimasta entusiasta e mi sono sentita proprio nella mia pelle.

Poi è arrivata la clausola.

Quella scritta in piccolo, alla fine delle normali avvertenze: “Attenzione, qualora decideste di tenere per voi qualcosa di ciò che fate per gli altri, siano averi, proprietà, pagamenti in denaro, sarete puniti.”

Puniti, nemmeno declassati ad angioletto inferiore che può solo aiutare vecchiette a contare i centesimi in fila alla cassa del supermercato. Puniti. “E se per caso vi venisse in mente di non aiutare qualcuno e fare finalmente qualcosa per voi, sarete puniti.”
Pure.

Mi sono girata e ho guardato mia madre con un profondo senso d’odio, per non aver saputo tenermi nella pancia qualche giorno in più.

Almeno ora capisco perché i miei problemi sono sempre tutti vivi e quelli degli altri che vogliono aiuto lentamente guariscono.

Se qualcuno sta male, sa che può contare su di me. Anche uno sconosciuto. Lui non sa perché, ma mi scriverà. Io non sono Mr. Wolf e non risolvo problemi, però se sono qua evidentemente servo a qualcosa.E poiché anch’io sono umana, ogni tanto un conforto lo vado a cercare in quelli che sono i miei veri amici. I quali sanno che io non parlo molto di me. Ma quando lo faccio, significa che sono al limite. E quando supero il limite, io mi ammalo ed entro in sciopero.

E qui la questione muta ancora una volta: qualche amico potrebbe smettere di cercarmi, per delicatezza dice lui, perché fondamentalmente non te ne frega un cazzo, dico io. La terza opzione è che hanno un Angelo custode meno hippie del mio che li esorta a pensare ai fatti loro. Solo che poi io ci rimango male.

Ora, mi chiedo: alla luce della scoperta del mio Angelo, e dopo essere arrivati alla conclusione che il mondo è pieno di stronzetti egocentrici, ha senso che io svolga ufficialmente la funzione di capro espiatorio dei problemi sanitari degli altri?

Se mi pagassero, forse potrei anche prendere in considerazione questo originale mestiere già accennato dall’esimio Daniel Pennac. Ma non mi pagano.

Chissà, voi che mi state leggendo, quale Angelo siete.

Non mi resta che rimettermi alla frase di Gibran che diceva: “La realtà dell’altro non è in ciò che ti rivela, ma in quella che non può rivelarti. Perciò, se vuoi capirlo, non ascoltare le parole che dice ma quelle che non dice.”

Postilla: Questo racconto è frutto della fantasia dell’autrice. Ogni riferimento a fatti, persone e personaggi della vita reale è puramente casuale.

photocredits: Basizka photography