cinquanta-iviaggidelladruida

quattro, metà e cinque

il giorno del mio compleanno è sempre stato festa nazionale.

quest’anno è diverso, per una serie di ragioni.

in parte dipende da me: mi sto privando dell’atmosfera, devo ancora rispondere ai messaggi.

parte dipende dal fatto che non ho un vero programma per celebrare.

una parte è l’effetto delle ultime settimane, soprattutto gli ultimi giorni che sono stati particolarmente scioccanti e ancora ne pago le conseguenze fisiche e psicologiche, e questo per qualche ragione mi riporta al punto uno.

seduta, aspetto un regalo che forse non arriverà oggi o non arriverà mai.

poi guardo le mie mani, e mi rendo conto che la mia vita è qui.

è buffo. da piccoli ci insegnano a contare con le dita, ma quando diventiamo grandi ci dicono che non si può più fare, che è inappropriato, ormai siamo adulti, la matematica è più complicata di così, i numeri sono infiniti.

quello che non ci dicono è che gli anni li puoi ancora contare con tutte e due le mani perchè la vita, in fondo, è tutta lì.

con ogni dito che rappresenta una decina, la vita è letteralmente nelle nostre mani.

se penso a tutte le cose che quelle dita hanno visto e hanno vissuto, non posso credere che di anni ne siano già passati cinquanta, e mi fa un po’ di fatica a dirlo.

soprattutto, mi fa fatica ammettere che più di metà se ne sia andata. mi resta ancora quasi una mano intera se sono fortunata, magari una mano da passare in buone condizioni fisiche.

e se forse possiamo influenzare alcune condizioni fisiche, di certo possiamo influenzare le condizioni mentali, che alla lunga migliorano le condizioni fisiche.

nel gruppo dei cinque, stabilisco come obiettivo che questa accettazione divenga il tema dominante della mia seconda mano.

perché il gruppo dei cinque ti vede ancora abbastanza giovane, fisicamente in forze, mentalmente lucido, e abbastanza navigato da sapere che niente di quelle cialtronerie che ti rifilano lungo il cammino ha senso o importanza.

l’accettazione vale per due punti cardine intorno ai quali l’essere umano si muove: cose che non accadono, e persone che non ci vogliono.

si traduce così:

se una cosa non deve accadere in quel momento, non accadrà
e c’è sicuramente un motivo anche se ora non lo vedi.

se tizio/a non ti vuole, non lo farà dopo
e se tizio/a ha smesso di volerti, dovresti rispettare il suo desiderio e il bisogno diverso di vivere che sta manifestando.

tutto quello che gravita intorno ai no, la resistenza, i rifiuti, si maschera nella domanda perché di cui io sono uno dei massimi esperti e, se ci sguazzi dentro, ti lascia stagnante in un laghetto dove il tempo si muove e tu affondi coprendoti di alghe, sfortunatamente senza accorgertene.

in altre parole, la resistenza ti allontana dall’accettazione, mentre quelle dita passano.

nella mia prima mano ho di certo conosciuto violenza, abuso, e dolore. ho avuto molti motivi per resistere, in entrambi i suoi significati.

ma ho anche conosciuto l’amore.

ho conosciuto il mondo.

ho avuto il privilegio di diventare madre e continuo a crescere con lei, l’amore più grande.

con la mia seconda mano, posso ancora stringere e lasciare andare quello che voglio.

so che quel che ho imparato e che ancora ho da imparare lo voglio condividere con chi amo, e nulla dei viaggi o delle scoperte ha senso se lo mantengo solo per me.

e se quel regalo che aspetto non dovesse arrivare, le mie mani nel frattempo saranno libere per altro, anche se fa male.

la nostra vita è nelle nostre mani, e sta a noi farne l’uso migliore.

io voglio trarre spunto da questo: il mio primo giorno di passaggio tra le mie è stato accompagnato da un mazzo di fiori.

ponti di chicago, punto di attracco

Il punto di attracco

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Mi sono trovata a ripercorrere il mio blog, oggi, e con esso alcuni degli articoli che ho scritto in passato.

Ogni volta che qualcuno mi chiede “di cosa scrivi?” io non so mai davvero che dire.

Di “amore”, rispondo, “è il mio tema preferito”.

Scorrendo i vecchi articoli, ho perso il conto di tutte le volte che ho davvero parlato di amore; di tutte le volte che credevo di averlo trovato, e di tutte le volte che ho tentato di darne una definizione.

“L’amore è come una pizza margherita: pochi semplici ingredienti e tanto tempo di lievitazione.”

Questa è la frase che, tra tutte, è quella che ricordo bene di aver scritto, e che si avvicina di più a quel che credo ancora.

Lungo lo scorrere di quegli articoli, lento come il fiume Tevere della mia città, ho trovato diversi punti di attracco.

Alcuni erano marci.

Alcuni erano validi, ma non abbastanza forti.

Alcuni erano sbagliati.

Alcuni non erano proprio punti di attracco, ma quando sei in giro con la tua barchetta e ti vuoi fermare, fai di ogni posto una fortuna.

Guardando ognuno di loro, a volte mi sono chiesta se davvero ci abbia mai capito qualcosa; se non abbia cambiato troppe volte; se non abbia mai giurato amore troppo presto. O se invece confondevo tutto il tempo gli attracchi con le pizze margherita.

La verità è che ognuna delle persone che è passata nella mia di vita, così come nella vostra, ha avuto il suo senso.

Ogni amore è stato vero. Ogni parola detta è stata sincera e sentita. Con tutto il dolore che questo a volte ha comportato.

Come mi sono trovata a dire oggi, a volte soffri e ti si lacera il cuore con tutta l’anima attaccata intorno, e a volte vinci, ci guadagni e voli. In ogni caso, vivi. E non c’è cosa più bella.

Alla soglia dei 50 che compirò alla fine di quest’anno, mi trovo all’inizio di un nuovo libro nella biblioteca della mia vita.

Questa biblioteca scorre lentamente sul fiume. Ho smesso di correre e cercare affannosamente qualunque cosa non mi appaghi come persona. Scruto l’evoluzione; vedo i miei vecchi attracchi, rileggo i libri più vecchi, faccio tesoro di tutte le lezioni che ho imparato.

La migliore, quella che mi rende più fiera, è come la somma del tutto faccia di me la persona che sono oggi. Senza barriere temporali, ancora con la voglia di farmi cullare dalla giusta onda.

Lentamente, mi avvicino al punto di attracco.

Lascio che a guidarmi sia la mia consapevolezza di me stessa.

A.iviaggidelladruida.2021

A.

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Succede, insomma, che a tratti ancora ti penso.

Dondolante su tela di ragno, osservo con curiosità il disegno di te farsi sempre più sottile, incerto nel suo punto interrogativo. 

Ho passato così tanto tempo a chiedermi e ad attendere, che il tempo stesso ha perso conoscenza.

E’ così che mi manchi in bianco e nero, nel ricordo sbiadito di un quadretto dell’Ottocento. Con quell’amore e passione che solo in altri tempi; quella voglia di metter su famiglia, e la ricerca del coraggio per farlo.

Mi manchi, nel tuo romanticismo da cowboy post-atomico.

Mi manca la tua voce, questo è banale. Ma se la penso, la sento. Il suo tono strafottente, la sua risata. 

Mi manca quel sopracciglio che si inarca quando dubiti e stai per dire la tua.

Mi manca il “ti chiamo in video?”, e la tua barba non fatta su quella faccia da schiaffi.

Mi manca il confronto. 

Mi mancano le domande. 

Mi manca lo spessore, l’abilità di sentire, capire, scavare in profondità. Trovare il nero. Toccare il fondo e non vergognarsene di fronte all’altro. 

Mi manca quella capacità di essere nudi, onesti, se stessi, che è l’unica cosa che valga la pena trovare nell’altro e tutto il resto è irrilevante. 

Mi manca non averti detto che il segreto è, di fatto, tutto qui.

Mi manca non averti detto che ti amavo. E no, non lo sapevi. 

Mi manca non averti dimostrato che cos’è l’amore per me. Una serie di impulsi distopici ha alterato percezioni e possibilità, rendendo vano il concetto di speranza e futile ogni parola.

Mi manca il movimento nel pensiero comune.

Quando ci penso, una scia di parole, frammenti e luci vissute mi passa accanto, e la scorro brevemente. 

Vedo il fluttuare artistico delle tue mani in una luce blu.

Scorro ancora, e vedo l’eccitazione semplice e sincera nella condivisione di un’alba.

Scorro ancora, e vedo i tuoi occhi che mi guardano sotto la gonna.

Scorro ancora, e vedo la tua bocca semiaperta, l’espressione irretita dai miei lenti movimenti.

Scorro ancora, e vedo me che prendo i tacchi.

Scorro ancora, e vedo te che immagini me, su quel tavolo, con quelle scarpe.

Scorro ancora, e sento il sudore.

Scorro ancora, e sento te.

Scorro ancora e vedo un biglietto. E’ una nota scritta a matita su uno scontrino.

Scorro ancora – un’ultima volta, e vedo il nastro dei ricordi riavvolgersi. 

La tua immagine intermittente.

Un anello rotolare a terra.

Il mio cuore tagliato.

Un novembre scivolato.

Mi fermo un attimo.

E mentre penso che mi manchi come se fossi morto, finalmente realizzo che non ci sei mai stato. 

Quel che esiste è il quadretto in bianco e nero. La sagoma di un dolce sogno. Il profumo dei tuoi vestiti nel mio armadio. I ricordi belli. Il tuo sorriso. 

Perché il modo in cui mi manchi tu è delicato.

Delicato come ali di farfalla. La stessa leggerezza. La stessa unicità.

albero in fiore fotografato a ora di cena, in olanda ad aprile

L’orologio

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Sono le 20:40 di un qualunque giorno di aprile e la luce diurna che trapassa le finestre mi confonde e mi depista sull’orario della cena.

Cerco di immaginarmi Io, a Roma. A volte mi manca il mio divano. Mi è mancato recentemente; esattamente, tre giorni fa. Il suo colore sabbia. Il suo tessuto un po’ ruvido, il suo stile squadrato, che ben si intonava al salotto. Era un divano letto. Era un salotto armonioso, studiato con tanta cura e tanta passione. Ogni cosa aveva una tinta.

Tutta la casa aveva una tinta. È stato il lavoro di una vita, letteralmente, sistemarla.

A volte mi manca quella casa, terribilmente.

Ma oggi sono qui, con la luce diurna che mi depista e lo farà ancor di più quando arriveremo a giugno, e alle 23 ci sarà ancora luce e io non concepirò come in Italia possa già essere buio.

A volte sento di esserci, lo sento con ogni fibra del mio corpo.

A volte invece non sento niente. In parte perché mi sembra normale, in parte perché mi sembra automatizzato.

A volte mi sembra di non essermene mai andata e di stare in vacanza. A volte, di essere qui da una vita. A volte mi sembro chiusa in una parentesi o intrappolata dentro un muro. A volte mi sembro libera come una fenice a cui finalmente hanno aperto le gabbie.

Guardo con nostalgia alla mia prigione, non distinguendo più se prigione sia questa o quella vecchia.

Mi mancano le passeggiate al parchetto sotto casa, che mia madre ha sempre odiato chiamare parchetto. Il parchetto, il giacchetto… questo intercalare romano che non sopporta e che è stato il mio crescere.

Mi manca il paesaggio dalle finestre del salotto e della camera da letto. Il garage con le serrande dei box, i kundalini che facevano yoga e battevano il gong. Ricordo una mattina, non erano nemmeno le 8 e una musica ha cominciato a risuonare per tutto il cortile: sonno terminato.

Mi manca lo spazio strano della cucina con i suoi accessori, mi manca il bagno dipinto di arancione. Il caos artistico. Le mie tende viola scuro, il mio quadro di New York: i due oggetti che avevo voluto fortemente. Sono stata ferma 40 minuti a ragionare se volessi spendere 50 euro per quel quadro oppure no.

Mi manca l’emozione che provavo l’anno scorso in questo periodo, quando cominciavo a contattare le scuole e l’idea dell’Olanda si faceva concreta. Ogni tanto mi balzano al cuore quei momenti. L’aria che si respirava a Roma, la polvere delle strade del mio quartiere, quell’odore di stantio che stava avvolgendo tutto. Quel bisogno disperato di partire. Di scrollarsi di dosso la sensazione del vuoto. La stessa sensazione che ogni tanto appare qua, ma con piglio del tutto diverso, perché qui per il vuoto non c’è spazio – qui non puoi permetterti il lusso di sentirti morire.

Un anno fa ricevevo le prime mail di risposta, prendevo coscienza dei costi delle rette delle scuole internazionali. Accantonavo ogni fantasia e, a ogni settimana che passava, ridimensionavo le pretese, bruciavo i sogni e sperimentavo una nuova alternativa. Tutto, pur di andare.

Lentamente, dalla vita agiata e la proiezione dell’impossibile, mi spostavo sul piano della scelta consapevole e pianificata. Contavo i soldi. Vendevo i mobili. Vendevo tutto quello che avevo e in parte anche quello che ero.

Finii per sdraiarmi al centro di un salotto spoglio, da dove avevano appena portato via l’ultimo mobile, il mio tavolo bianco allungabile e un po’ incastrato con delle bellissime sedie in legno naturale non trattato. Mi lasciai lì, a fissare il soffitto, a sentire la musica, a tentare di fare una foto a 360° di quel che vedevo, ma non ci riuscii. Mi resta solo una polaroid nel cuore. La mia vita era ricominciata in quel salotto spoglio, base nuda piena di crepe, così tante che erano perfino sul soffitto. Poi si è spezzata. Ho ricominciato da terra.

Ogni cosa continua a scorrere, nonostante tutto. Nonostante quello che uno possa pensare o desiderare, nonostante le amate abitudini, la casa che mi possa mancare, i miei cuscini, il mio copriletto, le ore, il tempo per comprare quelle cose. I miei ricordi della mia vita. La stessa vita che oggi mi vuole a potare le piante in giardino e a guardarmi il corpo ogni volta che rientro in casa per controllare che non ci siano zecche su di me. Io, ragazza di città. Il venerdì è il giorno deputato alla botanica, me lo sono scelto io. Sto imparando un nuovo sistema per scaricare le energie, mi appassiona, mi massacra, mi stanca.

Quello che non riesco a cambiare è il mio orario spagnolo. Qui cenano tra le 18 e le 19, io cenerei anche a mezzanotte. Ma per ritmi familiari devo impormi una digestione in orario.

E devo impormi di guardare l’orologio per capire che ore sono, invece del tramonto del sole.

Io, che l’orologio non lo ho mai portato.

ore 20:19.

ciondolo con clessidra

Distanze

(201609052121)

Ci sono delle cose che con il passare del tempo non ti ricordi più. Semplicemente sbiadiscono, si appannano. Come l’umidità, sul vetro della tua camera da letto mentre fuori fa freddo, sul finestrino della macchina, dove da piccolo facevi disegnini seduto sui sedili posteriori, tuo padre guidava, tua madre parlava.Non è la distanza geografica a cancellare i ricordi e nemmeno ad annebbiarli. La distanza potenzia, amplifica, ingrandisce. Rende megafono ogni suono che arriva da lontano, ogni voce, messaggio, parola. Ognuna di queste cose si può tramutare facilmente in lacrima, e tornare allo stato primordiale di goccia. Di umidità. Quella che sbiadisce le porte che hai chiuso, tutte quelle che hai aperto e che hai lasciato con lo spiffero, quelle che hai rotto, quelle che hai sbattuto e quelle nelle quali ti eri chiuso le dita delle mani, contro le quali avevi urtato le dita dei piedi.

È il tempo la causa di tutto.

Con il suo lento-veloce passare, ci sono delle cose che fanno meno male. C’è una voce che credi di ricordare e ti sforzi di immaginarla nella tua testa. Daresti l’oro scavato e trovato con le tue stesse mani per certi momenti. C’è un abbraccio che vorresti ricostruire, perché lo senti vivo tutti i giorni, con te. L’intensità di un momento vissuto… se ne va anche quella, se il suo unico carnefice è lui.

Ma ce ne sono anche tante altre che non smettono di pungere. Le tieni lì, infilate nel cuscino. Le usi per fare leva sulle tue scelte, sono la tua fonte di ispirazione e giustificazione. Sono il tuo tormento e il tuo destino, la tua croce eterna senza delizia che ti insegue ovunque ti nascondi. Sono la tua persona.

Tempo, spazio, memoria: tutto è la tua persona.

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La finestra sul nostro mondo

(201511161035)

La parola di quest’anno è: cambiamento.

Cambiare, che siamo stati travolti da eventi personali, o da vicende dell’umanità.

A tutti coloro che continuavano ad andare avanti senza domande, o senza risposte, o senza coraggio, o senza chiarezza, questo tempo ci sta chiedendo di cambiare prospettiva. Viaggio. O punto di osservazione.

Questo tempo ci sta mettendo alla prova; per questo tempo abbiamo cominciato a cambiare la posizione delle carte, riconducendole forse lentamente a quelle che sono state previste dal destino per noi.

E per chi non crede nel destino, riconducendole a una nuova disposizione. Ne siamo praticamente obbligati, per scelta attiva o per scelta subita.

Ciò che viene dopo è visto come un male perché spaventa, l’ignoto fa sempre questo effetto. E’ un male, se giocato senza capire il significato e senza cogliere le opportunità. E’ un bene, se prendiamo i fatti come l’occasione di una finestra sul nostro mondo. A volte non si può fare diversamente.

Mentre scrivo, ci sono persone che hanno perso qualcuno. Ci sono altre persone, come me, che stanno perdendo una parte di se stesse, o della loro funzionalità. Ce ne sono altre costrette immobili, costrette prima di tutto ad affrontare il loro dolore, fisico e morale.

Quello che le accomuna tutte è, appunto, il cambiamento. Non importa che fosse voluto o sia diventato imposto.

E di fronte a questo cambiamento, le scelte sono due: bloccarsi, o andare.

La terza opzione non esiste, mai.

Andare.

L’incredibile opportunità di capire cosa o chi vogliamo, cosa è importante per noi, cosa conta nella vita, o almeno cosa non vorremmo più.

E’ come se stessimo avendo una seconda occasione, che ci aiuti a svegliarci dal nostro torpore ovattato di protezione finto-morbida.

In questa lista di nuove scelte, non dovrebbero esserci proprietà, beni immobili, soldi, stipendi, carriere lavorative; non dovrebbe esserci spazio per ricominciare come se nulla fosse.

Questa lista dovrebbe essere composta dal coraggio della vita ritrovata, dalla voglia di uscire il doppio di prima, dalla voglia di ridere, sorridere, e divertirsi fino a che il nostro destino / Dio / il caso ce lo concederà.

Ma certamente dovremmo smettere di sprecare il nostro tempo. Dovremmo dire quella cosa, dovremmo chiamare quella persona, dovremmo fare quel passo. Dovremmo smettere di stirare i sentimenti con il ferro da stiro caldo e bruciarli, e dovremmo lasciarli piuttosto stesi al sole, permettendo a qualcun altro di prendersene cura.

A chi giova restare nella propria casetta a porta chiusa? Pensiamo che così ci difenderemo, oggi; ma domani sentiremo la mancanza del non aver mai preso aria e di non aver mai fatto entrare quella metà, proprio quella lì. Ci pentiremo.

Il cambiamento spaventa, la felicità fa paura, anche perché la felicità non esiste dal momento che prima o poi viene spezzata dalla fine della vita stessa. Ma vivere senza tentare la felicità dovrebbe fare molta più paura, se si ha un minimo di coscienza lucida.

Meglio un giorno da leone che cento da pecora, dicevano. Meglio un giorno felici che mai, dico. Prendendo tutto quel che viene dopo quel giorno: il bene e il male. Questa è un’antica formula rituale dei matrimoni, che molti non avranno mai la possibilità di sentire davvero dentro, ma ‘nel bene e nel male’… è così che va la vita. E’ così perché sì, perché funziona così.

Qualunque altro giorno abbia in serbo la vita per noi, dovremmo viverlo vivendo, abbracciando, amando. E ricordandoci di dirlo.

Non fermiamoci.

Postilla. Le persone che hanno cambiato il mondo sono state tante, poche quelle che lo hanno migliorato. Ma non crediate che non possiamo fare nulla. Se non tutti possiamo parlare alle masse, tutti possiamo parlare al singolo, e cambiare una vita – e qui penso a chi parla con bambini e ragazzi, ad esempio. Quel singolo, a sua volta, potrà cambiare un’altra persona. Questo si chiama effetto farfalla.
E tutto ritorna nel movimento che genera il vento del cambiamento.
Adesso è ora.

photo credits: ThisisTheLife2905, Change the world

Alex Perez - Above the fears

Nell’attesa della domenica

(201510051539)

Stamattina non pioveva.
Era nuvolo, ma si sapeva già che le gocce avrebbero cominciato a scendere. Si avvertiva nell’aria, si sentiva nel profumo della terra che si incrocia all’asfalto.
Le macchine lo rigavano, lasciandone intravedere una sottile polvere di catrame che invadeva i polmoni e i nostri respiri.
Stamattina ho sbagliato fermata dell’autobus per la prima volta. E’ un tratto che faccio spesso, guardavo bene le solite indicazioni ma ho sbagliato comunque. Ero sovrappensiero.
Sono tornata indietro, sono scesa di fronte all’ospedale e sono andata a fare la consueta fisioterapia.
Oggi la gamba mi fa molto male, camminare è difficile più del solito.
E, in barba al dolore, quando sono uscita ho sbagliato tragitto, di nuovo. Questa volta l’intero autobus. Ne ho scelto uno nella convinzione che avrei comunque raggiunto il posto di lavoro.
Mi sono ritrovata in un’altra parte della città; sono dovuta tornare indietro.
Sono arrivata molto tardi.
Ne consegue che oltre al sovrappensiero vorrei essere altrove.
Ho desiderato andarmene, senza rendermene conto.
Ma tentativo di evasione vs. doveri = 0 a 10.
E quando mi è stato fatto notare che stavo chiaramente dando segnali di fuga, ho provato a immaginare dove stavo pensando di andare. In quale parte di mondo. Quanto lontana da qui. Cosa succederebbe se io una sera, semplicemente, non rientrassi; se io una mattina, semplicemente, non mi presentassi a lavorare. Sarei probabilmente licenziata, dovrei andare a suonare alla porta di qualcuno che avesse voglia di accogliermi e darmi rifugio, mi ritroverei ben presto senza soldi. Stravolgerei la vita di mia figlia.
Non si può fare.
Solo un’altra volta, in passato, mi sono ritrovata smarrita per strada. Lei era piccolina di pochi mesi, io uscii di casa con il passeggino, girai un po’ di angoli e a un certo punto non fui più in grado di rientrare: per un paio di minuti non sapevo dov’ero. Né sapevo dov’era casa.
Poco tempo dopo la lasciai per sempre.
Nel mio tragitto di oggi, nel punto in cui mi sono persa nel limbo, ho avuto modo di farmi infastidire dal vociare degli umani sui mezzi pubblici che ci fanno sentire tutta la loro vita al telefono come se stessero parlando dal bagno di casa loro.
Sarà che io mi sento così riservata, ma che bisogno avete di urlare tutto per strada.
Oggi è ancora lunedì.
Un lunedì perpetuo che si propagherà a elastico per i prossimi giorni a venire. Un moto ondoso che potrà portare a disgregazione. Una bolla spaziotemporale in cui le emozioni resteranno sospese, tra le colpe, i sensi di colpa e lo sguardo vacuo. Mentre io, a tratti, non sento niente.
In attesa di quell’unica scossa che mi prende ogni singolo osso e tessuto del corpo e mi fa sentire bene, e viva.
In attesa della domenica.

photo credits: Alex Perez – Above the fears

displaced_by_larafairie

Vertigine

È un ricordo di una spilla da balia che carica anche un pezzo di pelle e la trapassa senza fermarsi, fino a fare uscire il sangue.

È uno spillo per diabetici per misurare l’insulina che ti buca l’unghia. È impossibile, dicono, però questo c’è riuscito.

È quel buco che ti fai al dito con la buca fogli e ne ricavi un tondo color di sangue rosso perfetto, e quella sua forma circolare.

È il dolore del rompersi una gamba, ed essere costretti a camminare perché non hai di che ripararti.

È uno sparo nel buio.

È uno sparo nella coscia, il sangue cola caldo, stringi forte, non riesci nemmeno a gridare.

È uno sconosciuto che improvvisamente ti strangola, e tu continui a chiederti perché non sei rimasto a casa.

È un buco dentro. Ha forma tonda, ti attraversa, ti buca l’intestino, non c’è – semplicemente – niente.

È il riscatto della vita. È il colpo al cuore, heart shot. Il subbuglio di un improvviso nervoso.

È un crescere lento dei pensieri, fino a che non ti invadono ogni ora e non pretendono che li ascolti, bussando alla porta delle tue orecchie, perché il cuore già ce l’ha un’opinione ma gli serve l’aiuto della testa. Che invece è altrove.

È una grande canna, fumata fino a rimettere le viscere, perché è troppo, la pressione è troppa, urlare non si può e tu sei compresso, e credi di esplodere. Bum.

Bum.

È un coltello a lama lavorata. Infilato lentamente nella carne delle budella e girato a torsione lenta, ma così lenta, che solleva ogni singolo lembo di pelle, sposta le carni, le stacca dai loro fili e dalle loro connessioni, affonda ancora, gira ancora, estirpa l’intestino, lo spacca a elica con quel suo movimento, lento, con il sangue che ricopre le ginocchia, ricopre il pavimento, ricopre le mani.

È un vomito. È un grido disperato senza fiato.

È una spinta violenta data al centro delle tue scapole mentre cadi in un burrone, di cui intravedi solo buio e spigoli, ma la parte che fa più male resta la spinta.

È la morte che ti sveglia e ti costringe alla vista eterna, appeso tirato per i capelli, ti costringe a guardare i momenti di bivio in cui hai fatto tutte le tue scelte. Perché la morte lo sa che sono quelli i momenti peggiori, e non la strada, no: proprio quel punto fermo. La morte ha stretto un patto con il diavolo per tutte le anime che si dannano di aver scelto male.

È la scelta che facciamo e come la usiamo. E a volte non è una scelta che facciamo, ma dobbiamo.

È devastante. È molto doloroso, fa male, accidenti se fa male.

È un proiettile in testa.

È un proiettile che ti squarcia un polmone.

È un groviglio di lamiere che ti spezza in più parti e ti incastra fino a soffocare.

È un nocciolo di ciliegia che va di traverso.

È una reazione allergica.

È incredibile, in-cro-ya-ble.

È l’adrenalina con tutta la sua follia.

È la follia di fare una scelta che abbia troppa adrenalina.

È il rovescio di tutte le medaglie, delle convinzioni e delle certezze.

È il dolore di stomaco quando bevi veleno.

È tossicodipendenza, e tu sei un drogato. Lo eri, lo sei, e lo sarai per sempre.

È tremendamente sentirsi vivi.

Photo credits: ‘Displaced’ by Lara Jade 

albero visto dal basso

L’albero da scalare

(201110061735)

Come funziona? 

se è vero che c’è un motivo per tutto, bisognerà essere di conseguenza molto pazienti.

Come quando sei lì lì per fare qualcosa, per esempio il tuo passo, e ti accorgi che invece non ti puoi muovere.

Per enne circostanze della vita, perché salta fuori una spesa imprevista, perché tutto l’imprevedibile calcolato è sempre lacunoso di quell’ultima scaglia di non valutato.

Perfino un’apparizione di un sovrannaturale o una trasfigurazione veloce sarebbero più prevedibili ed affrontabili.

Visto che c’è un motivo per tutto, suppongo che il futuro riservi delle cose bellissime.

Una vita senza disagi economici, un lavoro che forse non sarà quello dei nostri sogni ma che nemmeno darà troppi grattacapi, un mondo affettivo equilibrato, e non composto da malati isterici con la sindrome della condivisione dei beni.

Visto che c’è un motivo per tutto, ne devo dedurre che il tempo allunga i suoi ritmi perché qualcosa non è ancora pronto, o perché si sta sbagliando strada e quindi ci viene impedito di fare determinate cose.

Si dovrebbe cambiare mira.

Punto di vista.

Arrampicarsi su un albero e cercare nuove angolazioni.

Oppure avere il coraggio di confessarsi apertamente, liberare l’anima e smettere di vivere di pregiudizi e paure.

Poiché c’è un motivo per tutto, viene facile pensare che ogni cosa verrà a tempo debito.

Bisogna pensarlo, se vogliamo goderci la traversata.

‘Quando c’è un problema, non cercare il colpevole, ma cerca la soluzione.’ (proverbio giapponese)

strade milano mattina buio

24 ore.

(201109072242)

Milano, 5 am.
Un tassista in anticipo di 20 minuti.
Due ore di sonno, che non ce la fai nemmeno a fare colazione nell’unico bar aperto.
Il treno che partirà ancora in oscurità, tu che ci dormirai a bordo.
O tu che ciondolerai in stazione nell’attesa si faccia giorno.
Buio ovunque che non distingui le strade, ma forse nemmeno le conosci, il tassista potrebbe fare il giro che vuole.
Il tassametro che scorre da quella quasi mezz’ora prima.
Tu che ruzzoli giù dal letto in tutta fretta, sentendo il rumore del motore.
Questa canzone a guidare il tragitto.
Riuscire a trovare in macchina un motivo per ridacchiare, è qualcosa che ti cambierà la prospettiva di tutta la giornata. Il colore delle strade. Il caffè del risveglio. Il traffico lento. Il buon buongiorno.