scena dal film 'Chocolat', Juliette Binoche e Johnny Depp

La scossa

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L’otto marzo pubblicavo l’ultimo post prima di questo. Oggi è il 5 maggio, come al solito mi sto dimostrando incostante.

In realtà un motivo ce l’ho, questa volta, per non aver scritto in – praticamente – due mesi, e pure bello grosso. Ma non ne parlerò. Questo è un po’ il guaio dell’essere un personaggio pubblico (una sorta di): se dai in pasto la cosa sbagliata, diventa un casino.

Dunque, allontanate pure le congetture dalle vostre menti, che tanto sarebbe assolutamente inutile perché non vi dico niente, e passiamo al punto dove vi voglio portare.

Quanto siete cambiati dentro?

In inglese, la sveglia dal torpore si dice wake-up call.

La wake-up call è la scossa, un campanello d’allarme, il segnale che è ora di cambiare, la chiamata alle armi; quella catasta di roba che vi si rovescia addosso e non potete ignorare.

Ho avuto molte wake-up call nella vita, quindi le cose sono due: avevo un sacco di lezioni da imparare oppure non sono ancora arrivata a svoltare l’angolo giusto.

O magari sono entrambe le cose. E con questo non voglio dire che stavolta ci sono, perché come fai a capire quale sia l’angolo giusto diciamo che con certezza ancora non lo so.

In ogni caso: è suonata un’altra sveglia.

In un paese, qui, dove puoi fare un po’ come ti pare, rispetto alle chiusure forzate di altre nazioni; dove la mascherina non è obbligatoria; dove non ti sparano addosso; dove l’approccio elastico ha trovato la mia approvazione (ah, cosa ho detto!); dove il silenzioso razzismo si stampa anche nella discriminazione di un essere umano malato.

Per questo ultimo motivo e per tanti altri, mentalmente mi appresto ad andare.

Verso dove è solo una bozza ancora tutta da chiarire, ma è certo che i tempi sono quasi maturi, e che l’unica cosa che mi guiderà sarà, come sempre, il cuore.

Perché una vita senza seguire il cuore non vale la pena di essere vissuta. Ricordatevi che è oggi il tempo in cui siete.

Né ieri, né domani.

it__s_not_my_world_by_oris_rake

Quando viene la notte

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Sveglia, ancora una volta. La prospettiva delle 4 ore e mezza di sonno, forse 5 se va bene. Se vado io, mi svegliano comunque gli incubi o i pensieri che hanno l’abitudine di aprirmi in due.
Una vita rivoltata, la mia, quella di questi ultimi mesi, ma andando a ritroso di 11.

Scegliere. Andare verso A o verso B.

Non andare, è dove vorrei, in sere come queste. Voglia di riuscire, chiedere per il primo biglietto, urlare un vaffanculo mentale a tutti e non girarsi. A quelli che ti tranciano le famose ali. A quelli che gridano e ti sbatacchiano. A quelli che ti usano. A quelli che non ci sono tanto ti capisco/mi capisci/famo a capisse.
Sveglia, ancora una volta, pregando che un soffio ti porti via, che una fetta di aria ovattata ti avvolga e ti faccia scomparire riducendoti a nebbia, che la pioggia ti sciolga come si comporta l’acido.
Sono i primi germi delle notti che ti vedrebbero star sveglio anche fino alle 4, non importa se il giorno dopo devi rialzarti alle 6.

Sveglia, ancora una volta, per le emozioni che hai provocato, forse ti mancavano?, e ora sei di nuovo così vivo che non capisci più qual era la vita vera, se quella su monorotaia sempre dritta, o questa che guida su strada veloce senza fermarsi al rosso.
L’odio, l’intolleranza, il disagio, il fastidio che diventa fisico, il senso di inappetenza, la voglia di farti un po’ male; sono questi stasera gli amici della tua compagnia.
Il rifiuto di andare a dormire, solo perché non vuoi più svegliarti il giorno dopo sapendo di dovere riaffrontare tutto quanto daccapo. Sarebbe meglio una giornata unica di tempo dilatato dedicata a smaltire, e poi finalmente puff forever off.
Ombre di figure dal passato oggi si materializzano in alta concentrazione ed è la prova che la vita è ciclica, e ciò che non risolvi te lo ritrovi davanti, e può succedere anche dopo 5 anni. E, a quel punto, devi smettere di scappare e devi affrontare il tuo: qualunque cosa succeda, qualunque possa essere il finale.

Nella tipica notte in cui tutto è possibile, potrei cambiare le mie regole, per chi le capisse.

Potrei sovvertire il mondo, cominciare a camminare a testa in giù.
Chiudere per sempre i telefoni, e tornare alla lettera e al campanello.
Potrei rompere vetrate per vedere se è vero che scaricano lo stress, e restare a guardare i frammenti che cadono, affascinata dal luccichio di vetro e sole.
Poi, fissare attratta il sangue che crea rivoli lungo i polsi, come quelli della Natura nei suoi fiumiciattoli.
Potrei piangere per le prossime 6 ore.
Potrei dormire. Ah, dormire.
Potrei arrivare sbriciolata alla fine della notte ed all’inizio del mattino. Ma a chi cambierebbe?
In fondo, io sono una solitaria.

photo credits: Oris Rake, It’s not my world
Suad Kamardeen

Il binario 5

(201203120830)

Al binario 5, c’era una storia.

Dico c’era, perché diverse cose sono cambiate, da allora.

E’ passato molto tempo da quello scatto; la foto me la fece una ragazza, all’epoca mia grandissima amica. E’ cambiato anche quello.

Era l’inizio di una mattina senza troppo freddo, non ricordo nemmeno il periodo esatto. Ho una vaga ombra solo dello stato d’animo che mi accompagnava. A dispetto della risata che si vede, ero tristissima. Oserei dire quasi morta dentro, se non fosse che non si può essere morti se si stanno provando dei sentimenti, e ‘tristissima’ è uno di questi.

Però una parte di me era del tutto spenta, e l’altra stava andando a male. Avevo deciso di consumarmi per un amore del tutto sbagliato, o farei meglio a dire per ciò che credevo essere un amore, perché quando le cose non sono giuste, e tu sai che non sono giuste, non dovresti parlare d’amore; piuttosto, di desiderio di riscatto, di bisogno di non dichiarare un fallimento, di voglia di rivincita su te stesso e sul destino.

Ma non è mai colpa del destino. Quello fa la strada che fa.

Non voglio aprire un capitolo sul vero significato degli amori sbagliati. Come in tutte le storie, ci sono eccezioni, e non è adesso la sede per questo discorso. La sede di stasera è il binario 6, quello dove attendevo il mio treno, e nella foto ci è uscito il binario 5.

Non sarà stato un caso. Un altro binario, diverso dal treno che stavo aspettando. Un’altra strada.

Se potessimo aprire gli occhi in tempo per risparmiarci tante pene e sofferenze.. ma sono convinta che ogni cosa accada sempre al suo giusto tempo. Se non lasciamo cadere qualcosa, più che probabilmente non siamo pronti a farlo. Non ci abbiamo preso sufficienti batoste, o non abbiamo abbastanza autostima di noi stessi, anche questa è una possibile interpretazione. Le storie sono piene di possibili interpretazioni. L’angolo dalle quali le osserviamo ci permette solo di vederne una o due sfumature, ma dobbiamo sempre fare i conti con l’essenza che si trova dietro ciò che appare.

Per questo, penso che dobbiamo imparare ad ascoltare. Gli altri, le parole, le azioni -perché sì, si ascoltano anche le azioni-, il nostro cuore, e questo lo dico sempre, per chi mi legge abitualmente non è una novità.

In fondo, noi lo sappiamo se stiamo commettendo una leggerezza oppure no; se una persona ci sta facendo soffrire, o se invece ci fa del bene. Se ci andiamo d’accordo e c’è intesa, o se siamo solo preoccupati dei giudizi del mondo e della paura del poi. Ma con la paura del poi non si va da nessuna parte; a volte nemmeno sul binario sbagliato.

No, con la paura del poi non si parte proprio.

A renderci ciechi ci pensa il terrore verso il punto finale, o verso quello che crediamo essere il punto finale. Che forse è: la proiezione delle nostre paure . la mancanza di coraggio . l’incapacità di assumersi responsabilità . il desiderio di restare Peter Pan . il pensiero dell’altro.

Ah, questo è uno degli errori più comuni.

Ci sostituiamo al pensiero dell’altro.

Stabiliamo una conclusione sulla base dei film mentali che ci facciamo.

E troppo spesso non è così.

E’ quando smettiamo di capirlo che, di colpo, la nostra vita migliora.

Io ho cambiato binario. Il 5 è diventato somma e sottrazione insieme degli errori commessi e del percorso da prendere, quello che vedevo ma che negavo a me stessa.

Ci sarebbe un mondo di cui parlare, da quel tempo ad oggi. Un mondo fatto di intrecci e storie che nemmeno vi immaginate. Un mondo ai limiti del surreale, che da solo varrebbe la trama di un libro, e che non è detto si sia ancora concluso.

Ma non è il finale quello che conta.

Quello che conta, non è dove pensi di arrivare, ma cosa provi mentre vai.

Una volta assunto questo, la parte migliore viene da sé.