carte da gioco e dadi oro

La spinta del cuore

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Mentalmente, mi appresto ad andare. Verso dove è solo una bozza ancora tutta da chiarire, ma è certo che i tempi sono quasi maturi, e che l’unica cosa che mi guiderà sarà, come sempre, il cuore, perché una vita senza seguire il cuore non vale la pena di essere vissuta.”

La citazione che avete appena letto è di questo brano qui.

Quello che ho scritto a maggio e per il quale avevo promesso un chiarimento ‘a breve’.

Poi si sa come ‘a breve’ diventa per me. Diciamo che il concetto di tempo è molto esteso, per una che si chiama la Druida. Così, da maggio ad ‘a breve’, ci ritroviamo a fine luglio.

Il motivo per cui ho sentito il bisogno di chiarire il va-dove-ti-porta-il-cuore praticamente due minuti dopo che lo ho scritto (nonostante i due mesi dopo che lo ho fatto), è nato da una lettrice che ha lasciato un commento su Facebook sotto al post.

Le sono grata, mi ha dato modo di immaginare il concetto nella mia testa e di dargli forma: di modellarlo, così come lo intendevo io. Ed è per quello che oggi mi ritrovo a scriverne.

Il cuore che seguo non è un cuore di amore.

Lo sapete: l’amore è il mio tema centrale, fulcro di un viaggio, quello della Druida, fluttuante, tra il sogno e la realtà, l’immaginario e il reale, il tangibile e l’impalpabile.

E’ l’amore che mi muove, e questo amore non è quello dei Baci Perugina che vi state forse immaginando. L’amore di cui parlo è un concetto esteso universale, che va sopra e che va oltre. Above and Beyond.

Ma le scelte d’amore e le scelte di cuore sono due cose differenti.

Il cuore ha il suo protagonismo molto più ampio su altre scene, è “tutto un insieme vasto di esperienze, sapori e sensazioni, che hanno a che vedere con tutto il tuo essere, e l’amore è solo una parte di esse”, come scrivo in questo articolo per Donne Che Emigrano all’Estero.

Il cuore è il mio istinto.

Ho sempre cercato di fare le mie scelte seguendo l’istinto e non la mente, perché ogni volta che ho seguito la mente alla fine ho sbagliato.

E per sbagliato intendo che mi sono trovata scomoda e inadeguata. Non pentita, perché comunque se quella scelta la avevo fatta, aveva un senso, e c’era una lezione da imparare. Ma alla fine la morale era sempre la stessa:

la mia mente era in linea con il mio cuore?

Quando la risposta è stata no, il passo successivo è stato cambiare strada; indovinate per andare in quale direzione.

Non dico che seguire il cuore non porti dolore. Lo porta eccome.

Porta sofferenza e gioia, porta essere dilaniati, porta avere il coraggio di armarsi, porta il disturbo di rompere le proprie barriere. E dio sa se fa male a volte.

Ma dio, se ti dà quello che cerchi.

E quando quello che cerchi è tuo e lo ho hai costruito tu, nessuno te lo può togliere.

Immagino che a qualcuno (forse a più di qualcuno), tutto questo sembrerà folle o senza un senso concreto.

Seguire il cuore è l’equivalente di sedersi in una stanza neutra, chiudere gli occhi e pensare: “Cosa voglio davvero? Dove mi sento trasportato? Cosa mi fa sentire appagato?” e poi farlo.

A volte, seguire il cuore è anche sedersi in quella stessa stanza, chiudere gli occhi e pensare “Chi mi fa sentire completo?”, che significa ‘naturale’, ‘completementare’, ‘a casa’. Ma questo è un altro discorso. Questo è un altro articolo.

Il punto di oggi è il cuore come intuito, come istinto che ti dice sempre dove andare e dove sta la verità per te.

Puoi decidere di seguirla, o di utilizzare le barriere di convenzione.

Ogni scelta è buona. Nessuna è condannabile. L’importante è l’accettazione.

(photo credits: Matt Flores on Unsplash)

scena dal film 'Chocolat', Juliette Binoche e Johnny Depp

La scossa

(202005051954)

L’otto marzo pubblicavo l’ultimo post prima di questo. Oggi è il 5 maggio, come al solito mi sto dimostrando incostante.

In realtà un motivo ce l’ho, questa volta, per non aver scritto in – praticamente – due mesi, e pure bello grosso. Ma non ne parlerò. Questo è un po’ il guaio dell’essere un personaggio pubblico (una sorta di): se dai in pasto la cosa sbagliata, diventa un casino.

Dunque, allontanate pure le congetture dalle vostre menti, che tanto sarebbe assolutamente inutile perché non vi dico niente, e passiamo al punto dove vi voglio portare.

Quanto siete cambiati dentro?

In inglese, la sveglia dal torpore si dice wake-up call.

La wake-up call è la scossa, un campanello d’allarme, il segnale che è ora di cambiare, la chiamata alle armi; quella catasta di roba che vi si rovescia addosso e non potete ignorare.

Ho avuto molte wake-up call nella vita, quindi le cose sono due: avevo un sacco di lezioni da imparare oppure non sono ancora arrivata a svoltare l’angolo giusto.

O magari sono entrambe le cose. E con questo non voglio dire che stavolta ci sono, perché come fai a capire quale sia l’angolo giusto diciamo che con certezza ancora non lo so.

In ogni caso: è suonata un’altra sveglia.

In un paese, qui, dove puoi fare un po’ come ti pare, rispetto alle chiusure forzate di altre nazioni; dove la mascherina non è obbligatoria; dove non ti sparano addosso; dove l’approccio elastico ha trovato la mia approvazione (ah, cosa ho detto!); dove il silenzioso razzismo si stampa anche nella discriminazione di un essere umano malato.

Per questo ultimo motivo e per tanti altri, mentalmente mi appresto ad andare.

Verso dove è solo una bozza ancora tutta da chiarire, ma è certo che i tempi sono quasi maturi, e che l’unica cosa che mi guiderà sarà, come sempre, il cuore.

Perché una vita senza seguire il cuore non vale la pena di essere vissuta. Ricordatevi che è oggi il tempo in cui siete.

Né ieri, né domani.