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Sheldon e il Natale

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Ho passato un bel Natale.

Al terzo dicembre sono tornata a casa.

L’ultimo passato in Italia non era stato granche’, era il 2015, ero pressoche’ sola. E quello prima mi sentivo sola lo stesso.

Quest’anno e’ stato diverso.

E’ stato in famiglia, 24 e 25.

Ed e’ stato strano.

Nello stesso momento in cui sapevo di essere a casa e mi sentivo comoda con chi avevo accanto, percepivo l’essenza fluida e vanesia del concetto del Natale e la sua quasi inutilita’ nel festeggiarlo.

Mi sono sentita Sheldon in un episodio di Big Bang Theory: completamente fuori luogo, immersa in un acquario addobbato a festa con pesci consapevoli e felici.

Mi sono sentita piccola e diversa.

Un po’ grinch.

Un po’ arrabbiata con me stessa.

Tutto quel che c’era avrei potuto averlo in un qualunque altro giorno, perche’ aspettare il Natale?

Perche’ fare regali imposti dalla tradizione? Che tradizione e’ mai questa?

Perche’ farsi gli auguri di Natale, che cosa significa?

Sheldon mi guardava curioso spiandomi da dietro una poltrona del salotto, mentre mi facevo queste domande. Io sentivo il suo giudizio, e la sua vocina che mi sussurrava “allora lo vedi che il mio personaggio non e’ strano?”.

Sentirsi Sheldon a Natale e’ quantomeno inquietante.

Non ho perso il cosiddetto spirito natalizio.
Ho comprato bicchieri di plastica con disegni a tema e li ho usati fin dal primo del mese.

Ho fatto due alberi.

Mi sono addobbata come un terzo in occasione del pranzo aziendale.

Mi sono travestita da umpalumpa lappone in occasione del pranzo famigliare.

Ma non riesco a concentrare questo spirito in soli due giorni.

Non riesco a concepire la parola ‘auguri’ e il gesto ‘tieni questo e’ il tuo regalo’.

E comunque di pacchetti ne ho fatti tanti.

Sara’ una cosa di quest’anno.

Sara’ che la mia vita e’ cambiata.

Sara’ che io sto di nuovo cambiando.

Vorrei solo che fosse Natale ogni giorno nello spirito di comunione che ci dovrebbe tutti accompagnare come individui.

In qualunque parte del mondo.

Per qualunque razza o religione, senza alcuna distinzione.

Vorrei ci fosse quel calore sempre.

Vorrei che nessuno se lo dimenticasse, mentre divora il tacchino con la messa in sottofondo e ciarlando dei politici, e poi tirando via per strada di fronte a chi chiede l’elemosina quando esce per la passeggiatina digestiva, mentre cammina risucchiando il fondo della coca cola comprata al mc donald’s.

Sheldon ne faceva una questione di mancanza di prove scientifiche.

Io ne faccio una questione di chi siamo – dove andiamo – qual e’ il senso della nostra vita.
Anyways, in ogni caso oggi io e lui siamo accomunati.

Mentre ci penso, mi sento sempre piu’ strana e mi guardo da fuori, cercando di non giudicarmi troppo ma due domande me le faccio lo stesso.
Mi siedo sulla poltrona, la stessa da cui Sheldon mi osserva.

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Che ti fa stare bene.

I colori.
L’aria calda del vento e dell’intimità.
La sensazione di stare facendo una cosa giusta.
La foto del cielo al tramonto.
Tu.
La delicatezza dell’essere.
Un palloncino che vola di mano in mano.
Il piumone.
I capelli che fluttuano nel sole.
Una scatola di pastelli.
Il mercato del sabato mattina.
Il crepitio del camino.
L’albero di Natale di notte.
Tè e biscotti.
La ricerca della paella senza pesce, che è come trovare un ago in un paglialio.
La spiaggia in città.
La spiaggia in città, impagabile.

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Mille frammenti di luce

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Avete presente quelle giornate che sanno di fine inverno, con quel vago sapore di inizio primavera che comincia ad affacciarsi?
 
 
Ecco, ieri era una di quelle così.
 
Nonostante il calendario dica ‘fine settembre’, e l’unico sapore che dovrebbe comparire è quello dei dolci che di lì a poco porteranno al Natale, la giornata sapeva proprio di dopo-letargo.
 
C’era un insolito calore.
 
I 20 gradi dichiarati dalle previsioni meteo sono apparsi veramente, anche se non possono riscaldare come i venti gradi di giugno, per ovvie ragioni di tipo astronomico.
 
Ma l’astronomia non tiene conto del calore all’interno dei corpi e di come quei raggi di sole possano toccare le emozioni.
 
Il solito vento, a tratti, pungeva, ma qualcuno osava comunque le maniche corte. Senza rendermene conto, io stessa indossavo colori brillanti e molto più adeguati all’estate – bianco, sabbia, arancio.
 
Come è tipico dell’essere umano, il sole porta ad uscire dalle tane; e allora, ieri, tutti si sono riversati all’aperto.
 
I bar accanto alla stazione erano letteralmente gremiti di gente. Passavo e li ho osservati.
 
Qualcuno si è accorto dello sguardo che si posava su di loro ma si è subito rigirato a fare conversazione.
 
Era, in effetti, anche difficile non notarmi, visto che l’arancio che indossavo era del cappotto.
 
Comunque, passavo e li ho osservati.
 
Gruppi di lavoro alla fine del meeting; coppie di amici; dipartimenti d’ufficio interi. Seduti o in piedi. Sorrisi o grandi dialoghi, le facce di chi si liberava della giornata. Gente che arrivava, gente che andava; l’abbigliamento da lavoro li etichettava tutti. C’era la cravatta, c’era il completo blu, c’erano le cuffie da fonico al collo, c’era la ventiquattrore.
 
Poco più in là, il solito gruppo di skaters impegnava il piazzale con esercizi di stile, mentre l’amico fotografo li riprendeva dall’alto con il suo potente teleobiettivo.
 
Le scalinate contenevano personaggi seduti a godersi il sole in fronte.
 
Il tramonto stava cominciando. La luce abbracciava tutti, scendendo dolcemente.
 
È stato allora che mi ha assalita di nuovo la malinconia.
 
La perfetta sensazione da fine inverno della giornata si è miscelata alla perfetta sensazione della nostalgia da lontananza, accendendo la miccia della solitudine.
 
Solitudine, tuttavia, che bruciava alla luce del colorato sole, regalandomi uno stridente contrasto interiore.
 
Mi sono infilata nel bus e ho proseguito per i miei giri, lasciandomi cancellare la memoria dagli impegni previsti.
 
Quando mi sono trovata sulla strada del ritorno, il sole era ormai quasi del tutto tramontato.
 
L’ultimo raggio sparava sul grande palazzo della prestigiosa banca; si irradiava in mille frammenti di colore, dispersi anni luce.
 
 

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Sentirsi a casa. Pensieri confusi in ordine sparso

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C’è stato un tempo in cui pubblicai la foto che vedete qui sopra, con questa didascalia:

La mia casa non è in nessuna città.La mia casa è un’altra testa che ragiona come la mia testa. Ecco. Non è il dove. E’ il come, con chi.

La avevo legata ad uno scritto, questo qui. La foto era stata scattata a Lignano, nell’agosto del 2010. Lo scritto era di qualche mese dopo. Citavo Erasmo, citavo Rotterdam.
Pensavo l’Olanda lontana anni luce, anzi direi del tutto incalcolata – non era affatto nei miei programmi; eppure, in perfetto stile “nulla capita a caso”, questa nazione e il titolo di quell’articolo nel corso del tempo hanno assunto un altro sapore.
Non voglio nemmeno provare ad infilarmi in un’interpretazione del destino.
Il punto è che in quell’articolo parlavo di casa. In quella foto parlavo di casa e oggi, nel 2018, precisamente stamattina, mi sono di nuovo fatta quella domanda: qual è casa.

Già, qual è casa?

Cos’è che la definisce?
All’ennesimo giro di boa e cambio di appartamento, sono di nuovo che ci penso, e una risposta continuo a non averla.

Ho visto e visitato miriadi di case, in generale, di gente straniera e non, in Italia e all’estero. 
Parlo ovunque con chiunque, sono una che fa conversazione e che ascolta storie dappertutto.
Lavoro in hotel, prendo treni e frequento aeroporti ogni giorno, potete immaginare quanta umanità io viva quotidianamente.

Vedo persone intorno a me scontente, certo, ma ne vedo altrettante felici e soddisfatte.
Vedo gente spostarsi e avere problemi per questo, ma comunque cercare di adattarsi.
Costruiscono nidi, scelgono il colore delle pareti, cambiano l’arredamento.
Si sentono a casa, pur essendo lontani dall’origine migliaia di chilometri o anche solo dieci metri.
Io, dall’articolo di Erasma, ho continuato a viaggiare in lungo e in largo e ancora non ho trovato un posto dove fermarmi perché mio.

Mi fermavo volentieri su un divano bianco che avevo, questo sì.

Non proprio bianco, era un po’ caffellatte; un po’ ruvido che se ti sedevi in calzoncini ti facevi male alle gambe.
Lì c’era aria di casa. Era un ambiente quasi tutto bianco ma non sterile.
Un’altra delle case in cui ho vissuto, invece, era quasi tutta sterile ma non bianca.
A volte, per quanto ti sforzi di abbellire l’ambiente, non ottieni niente che abbia calore.

Allora forse la casa è dove c’è calore.
Ma calore di cosa o di chi?
Non dovrebbe venire da se stessi, o ci vuole una famiglia?
Eppure, quando vado da mia madre, mi sento a casa anche se lei non c’è.
Quindi casa non sono le persone.
Ma nemmeno l’ambiente.
Forse sono i ricordi.
Magari casa sono i ricordi belli, che quelli brutti non li vuole nessuno come definizione di casa.

Quando ero piccola – ma nemmeno tanto piccola, diciamo più quando ero ragazza – volevo vivere in albergo. 
Parlavo con mio padre, che mi spiegava che aveva fatto i calcoli: non conveniva possedere un appartamento perché, a conti fatti, la spesa globale tra bollette, manutenzione e affitto costava quanto un residence, con gli evidenti vantaggi che quest’ultimo comportava.
Pianificavamo di vivere così, alla sua pensione.
Non ci è arrivato, ma quando ne parlavamo anche un residence sapeva di casa.

Quindi oggi, fine agosto 2018, mi trovo ancora a non sapere dove andare e a non sentirmi in nessun luogo.

Però ho cinque certezze, e le voglio condividere con voi. 

Nel frattempo: pensate alla vostra definizione di casa.

Mi sento a mio agio quando torno nella casa di Roma.
Ci sono alcune città nel mondo che mi mandano buone vibrazioni.
Sono sinceramente contenta per le persone che dichiarano di sentirsi a casa nelle loro circostanze – non so come fate né perché, e vorrei tanto vivere quello che sentite, ma vi ammiro e sono felice per voi.
Le tre grandi domande del mondo sono “cos’è l’amore”, “qual è il senso della vita” e “che significa casa”.
Continuerò a viaggiare, ascoltare e osservare, per cercare la risposta a tutte e tre.

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Di come posso sapere cosa accadrà nel 2018 + una domanda per voi

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Esattamente il 1 gennaio 2017 aprivo ufficialmente partita iva.

Avevo immaginato molte volte me stessa in miriadi di attività imprenditoriali ed indipendenti, con grande fatica in Italia, per la solita questione di tasse e burocrazia.
Ho sempre coltivato idee. Alla fine, ho finito per piantarne una in Olanda.
Al semino piantato ho dato il nome di The Dots Connection. Il suo compito era quello di raccogliere i miei vent’anni di esperienza in comunicazione e metterli al servizio di ognuno di voi, come guida personale.
Tuttavia, per quanto l’idea piantata mi intrigasse, non potevo abbandonare la creaturina, ovvero il posto dove siete ora. Ho deciso dunque di registrare, sotto la stessa partita iva, anche il nome I Viaggi della Druida, e di affiliargli tutta l’area di creatività e arte, di cui la mia micro-impresa è dotata.
Nel corso del 2017, ho lavorato con entrambi i nomi. E, per certi aspetti, ho finito per fare con entrambi attività inaspettate.

Perché vi racconto tutte queste cose?

Qualche anno fa, un giorno di fine dicembre, ho scritto un post di auguri per l’anno a venire e, nel tempo, lo ho riproposto spesso. Ci credo sempre, e ancora lo riscriverei proprio come lo avevo prodotto allora.
Quest’anno, però, sento l’esigenza di fare il punto in anticipo.
Non posso dire di aver amato il 2017, ma nemmeno di averlo odiato.
Ho avuto ciò che ho chiesto, anche se non nei termini in cui lo immaginavo. Ma i termini in cui le cose si sono presentate hanno portato, a loro volta, ad altre situazioni che altrimenti non ci sarebbero mai state (o forse sì, ma chissà con quali altre infinite varianti nello spazio della vita).
Non ho avuto i lavori che pensavo. Ho avuto un gran numero di cadute accidentali più un danno da gatto, che tutte insieme hanno fatto giocare tutte le mie articolazioni. Ho avuto un gatto, e chi pensava di prenderne uno. Non sono tornata da mia madre a Natale. Ho avuto un numero imprecisato di raffreddori, otiti e febbri al punto che ho smesso di contare le malattie. Ho faticato mentalmente, più di quanto avrei dovuto e voluto. Ho avuto delusioni clamorose. Ho visto ancora l’egoismo umano, è ovunque oh, e son pure convinti di averci ragione. Mi hanno dato della femminista: ahah, a me! Ho avuto dei lutti.
Allo stesso tempo, ho insegnato a studenti universitari. Ho avuto la possibilità di trasmettere la mia visione di un utilizzo consapevole degli strumenti di comunicazione. Ho svolto una montagna di lavoro gratuito che mi ha portato a conoscere persone e storie interessantissime, e mi ha portato anche a lavori remunerati. Ho avuto una maggiore conferma delle persone che posso considerare presenti per me e a quale livello, e di quelle per le quali io sono disposta ad essere presente. Sono tornata in Italia in un viaggio improvvisato. Ho fatto una settimana di mare bella come un mese, e spero tanto di poterla rifare anche l’anno prossimo. Ho conosciuto di più mia figlia. O meglio: mia figlia mi ha permesso di conoscerla. Ho conosciuto di più me stessa.

Per questa maggiore conoscenza di me stessa, senza che mi serva la veggente so già cosa accadrà nel 2018 e posso fare il punto in anticipo.

Ho avuto il mio semino imprenditoriale piantato e già vedo come deve cambiare e svilupparsi: sono in arrivo grandi sorprese e novità. Ci sarà da lavorare davvero tanto, ma ne varrà la pena.L’unico lavoro che vale la pena fare nella vita è quello che faresti anche gratis.
Il viaggio (tutto! chilometri e non) è il cardine del mio pensiero, del mio cuore, del mio animo e della mia vita.
Insieme è meglio di soli e da soli, sempre e comunque. Non credete a chi vi dice il contrario o a chi simula di esserci ma agisce solo per sé.
Il corpo è un mezzo di spostamento che, finché c’è, va curato e coccolato (lezione vecchia che vale sempre la pena ricordare).
C’è molto più di quel che ho scritto sopra, ma per ora va bene così.
Un buon rossetto risolve cose.
Vi lascio con un mio selfie di Natale 2017 e, se non avete niente da fare, potete provare a immaginare quali sono le cose che questo rossetto potrebbe aver risolto.
Per ultimo, vi faccio una domanda:

siete pronti ad abbracciare quel che arriva, senza ostacolarlo con tutte le vostre forze?

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La via per la felicità

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Devo raggiungere un posto.

Non chiedetemi quale sia, devo raggiungerlo e basta. 

Finalmente mi decido a prendere la bicicletta.

Dopo tanti mesi passati a dire che non ce la avrei fatta – per via del ginocchio, e poi non vado in bici da una vita chissà se ne sarò ancora davvero capace, scopro che non solo ci so andare ma il ginocchio non fa neanche male.

Così, salgo in sella sotto al semaforo rosso, accanto a un motociclista, un signore sulla cinquantina che guida un bolide in stile Ducati.

Quando scatta il verde parto io. Dritta, in linea, senza sbandare, sorpasso perfino il motociclista, che mi guarda ammirato.

Come se una bici potesse superare una moto… eppure è successo.

Percorro un rettilineo che mi ricorda il ponte di Corso Francia a Roma, imbocco altre due strade un po’ tortuose, sottopassi e cavalcavia, sono ancora dritta, mi stupisco; sempre con andatura liscia e sfrecciante.

Arrivo vicina alla mia meta e, nei circa 500 metri che precedono l’arrivo, uno stuolo di ragazze in maglietta bianca si allinea lungo il bordo delle strade finali e comincia a sparare con un mitra.

Tutte ne hanno uno, ma anche io ne ho uno: lo stesso loro, guarda caso, e senza mai frenare lascio andare la bici e comincio a scivolare quasi a velocità supersonica, come se fossi ugualmente su due ruote, o come se avessi le ali.

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Che sensazione incredibile.

Sparo a mia volta. So che nessuno si farà male e se fosse una vera battaglia la strada sarebbe già rossa, ma non è una vera battaglia e io comunque sto vincendo.

Con grazia e senza il freno di alcuna pesantezza arrivo alla meta, ed entro.

L’edificio ha alti e bassi. Un teatro al piano terra – livello più alto, un vasto teatro da opera classica dove si stanno svolgendo le prove generali della pièce che andrà in scena la sera, è una prima.

Al piano più sotterraneo: una piscina e altre sale sportive dove sono in corso tornei pseudoamatoriali ma con presenza obbligatoria, capitanati dall’insegnante di ginnastica di mia figlia.

La sala è gremita, tutti mi attendono.

Sono la regina indiscussa, non so perché. Sono amata, stimata.Persone di ogni età si avvicinano a me e mi chiedono consigli, uno sguardo, sorrisi.

In particolare, una signora sulla settantina, dall’apparenza molto snob e ricca, elogia la mia persona e dimostra affetto e simpatia. 

Ma io ho voglia di un caffè. Ho bisogno di un caffè.

Al piano delle piscine c’è una macchinetta di bevande pronte, io vorrei un bar.

Anzi, non voglio un caffè, ma un cappuccino, con quella sua bella schiuma corposa e densa.

Salgo a livello. Altri signori si fermano a parlare, altre chiacchiere, altre ammirazioni. Mi serve quel caffè.

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“Scusi, posso avere un caffè?”, “mi spiace il bar è chiuso”, dice la signorina al bar del teatro.

Esco, vado in strada, fluttuo veloce, “devo tornare presto nell’edificio”, non c’è un bar. Non vedo un bar. Non c’è mai un bar quando serve.

Lo dico anche al mio caro amico e confidente che mi chiama in quel momento per parlarmi delle sue figlie e di come gli va la vita, “non trovo un bar, sembrano scomparsi tutti. Ah no, aspetta, forse ne ho trovato uno”.

Sguscio all’interno, con il telefono in una mano salto in alto per sbirciare dall’enorme muro che separa i tavolini dal bancone. Salto in alto. Io. Come sono elastica e senza peso, meraviglia.

Lo faccio passando tra due uomini seduti a conversare.

Sono affascinanti, uno in particolare attira la mia attenzione,con il suo sguardo luminoso, i capelli neri, il sorriso. Longilineo. Più o meno la mia età. Vivo. Mi piace.

Portano entrambi il cappotto.

Arrivo al bancone del bar e chiedo un cappuccino.

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La barista esce dal bancone, farfuglia qualcosa, aggiunge che lei parla anche inglese e non c’è bisogno che io mi sforzi di parlare olandese, per giunta con l’accento italiano, che si sente.

La detesto. E dov’è il mio cappuccino?

Vado via, esco, torno indietro, decido di optare per la macchinetta.

Lungo la strada, mi fermo sotto un ponteggio a rispondere a una chiamata importante: è la commissione papale che mi informa che mia figlia ha vinto il concorso, con il suo saggio su Garibaldi.

Rientro nell’edificio.

Vado alla macchinetta, apro il portafoglio e guardo: ho circa 5 euro in monete. Ho una moneta nuova da 2, e una nuovissima da 3, la hanno appena fatta, è tra le primissime in commercio. La guardo: è enorme e lucente, bellissima, grande quanto una fetta di patata. Non la prenderà nessuna macchinetta.

La riguardo ancora e penso che l’inflazione è una brutta cosa.

Guardo la moneta, la macchinetta, la moneta, la macchinetta.

Non c’è il caffè.

E nemmeno il cappuccino.

Penso che ho tutto quel che apparentemente si possa desiderare. La velocità, volare, un’arma per vincere, affetto e ammirazione, monete lucenti. Sono ricca, e non posso comprare nemmeno un caffè.

In quel momento mi raggiunge mia figlia, che mi chiede “mamma, ma allora ho vinto? Alla fine abbiamo partecipato a quel concorso?”

“Sì, tesoro, hai partecipato. Ma lo hai fatto in un sogno. È tutto un sogno, come lo è anche questo.” 

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Itaca

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere d’incontri
se il pensiero resta alto e il sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo
né nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.
 
Devi augurarti che la strada sia lunga
che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti – finalmente e con che gioia –
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche aromi
penetranti d’ogni sorta, più aromi
inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.
 
Sempre devi avere in mente Itaca
– raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos’altro ti aspetti?
E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
Già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.
                                                                                                          
Konstantinos Kavafis, 1863 -1933
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Vorrei che tu sapessi che sto bene

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Voglio portarti a vedere i miei luoghi.

Voglio dividerli con te, voglio mostrarti cosa ho imparato.

Voglio farti vedere con i miei occhi – se solo potessi.

Se solo potessi portarti oltre confine e farti ammirare il blu con le stelle, le stelle che ogni tanto appaiono anche qui.

Quelle stesse stelle sono uguali dappertutto e basta guardarle per essere collegati. Il mondo è così piccolo.

Se solo potessi farti vivere le stagioni che vivo io dal ponte. Lo fotografo ad ogni cambio, ad ogni ora, all’alba e al tramonto, per farne un giorno una mostra personale di esposizione del tempo.

Voglio portarti a vedere le casette buffe e ogni altro dettaglio che del paesaggio colgo, dal finestrino del mio autobus.

Quando si fa sera e cala la notte, e qui a volte cala molto presto, vedo le luci dei pub brillare e penso a quante passeggiate faremmo, a ciò che potremmo dirci, a cosa potresti notare.

C’è una statuina, in quella piazza, di una piccola Anna Frank, che ho scoperto per caso. Quasi non si vede, abbagliata dalla bellezza della chiesa sconsacrata di fronte a lei, e dal venditore di finti panini italiani al suo fianco che fa capolino durante il giorno.

Voglio portarti a vedere i miei recinti e il mondo che racchiudono. I tetti strani e spioventi, le mega ville che pensi costino una fortuna e invece tutti potrebbero avere, i giardinetti perfetti da Mulino Bianco.

Voglio farti vedere che razza di ragni giganti ci sono da queste parti e come ho smesso di avere paura di loro. Come ho dovuto ingegnarmi a combattere contro vermi, e parassiti, e zecche, e topi.

Vorrei farti vedere quanto ho scoperto di essere diventata forte, quante cose non sapevo di me e ho imparato.

Voglio portarti a vedere le immagini riflesse sui canali. Farti vivere l’ebbrezza di una casa storta e di un waffle aggrovigliato nell’unto.

Voglio spiegarti cosa c’è davvero in un coffee shop e come cambiano le percezioni. Il primo giorno vivevo in una delle città più ambite del mondo, il quarto mese vivevo in un posto come un altro.

Voglio farti vedere, però, come anche in un posto come un altro può sbucare un tramonto all’improvviso, con un sole che sembra un rosso d’uovo e ti lascia così a bocca aperta che pensi che, oh sì, hai scelto proprio una buona città per le tue ispirazioni.

Voglio farti vedere le gocce di pioggia che si fermano sulle ragnatele. E paragonarle alle gocce di pioggia che si fermano sulla sabbia d’estate.

Voglio spiegarti dove fa capolinea l’autobus, che significano quelle parole e dove mangi davvero italiano.

Voglio vivere con te la malinconia dell’Italia, pensandola da lontano, e decidere alla fine di farci un brindisi.

Voglio farti assaggiare il vino con il tappo a corona. E ti prego, non dire niente, perché il tappo a corona non è nulla dopo che hai visto un Pinot blu.

Voglio che tu veda le striature del cielo, certi tramonti di un colore pari a quelli che appaiono dal lungotevere e ti fanno dire oh sì, eterna Roma mia, mai nessuno ti sostituirà.

Voglio farti provare gli oliebollen quando fa freddo. Assaggiare le bitter ballen, il rotolone alla pasta di mandorle che mi piace tanto, e i poffertjes che ancora mi sono sconosciuti.

Voglio farti vedere come il Natale si dilata da settembre a fine anno. Voglio farti sentire che aria tira, che cos’è una cena di famiglia il 5 dicembre. Voglio farti vedere quanto americano c’è negli addobbi casalinghi.

Voglio farti vedere così tante cose che non so se una vita basterebbe.

Ma vorrei che vedessi attraverso il mio cuore. Che respirassi la mia aria, la neve d’inverno, la brezza sulle maniche corte di maggio.

Vorrei che sapessi come si sta ad essere lontani da quella che hai sempre chiamato casa, anche se lo sai, a pensare in una lingua diversa da quella in cui scrivi, anche se lo sai, a raccontare i tuoi sentimenti in una lingua diversa da quella in cui vivi.

Vorrei dirti di come si sta stretti a chiedere aiuto in lingua straniera. Devi cercare sul vocabolario per essere preciso. Devi imparare a razionalizzare anche il dolore, fisico e interiore. Ma anche questo lo sai.

Vorrei che sapessi che tutto è facile e normale, come se la vita fosse sempre stata questa, ma allo stesso tempo tutto è strano e irreale, come se la vita fosse una bolla. Una bolla che non ti permette di appartenere più a nessun luogo e a nessuna nazione. Hai solo la certezza di appartenere a te stesso. Fuori dalla tua figura, i vecchi amici non ti riconoscono più il diritto di essere italiano, e i nuovi amici ti riconoscono solo come straniero. Alla fine, sei altro.

Ma immagino che questo sia il prezzo da pagare, quando scegli di essere via.

Eppure, sai che c’è? Io resto io. Con la voglia di vederti, con la voglia di abbracciarti, con la voglia di portarti nel mio mondo.

Perché, per la prima volta, raccontare non mi basta.

Vorrei che tu sapessi che sto bene.

SolitudebyIsacGoulart

Se avessi attraversato il mondo

(201709160050)
Se non avessi attraversato il mondo, ora non sarei qui.
Se non mi fossi slacciata le scarpe, non avrei provato la sensazione dell’acqua gelida di un torrente in agosto.
Se non mi fossi tenuta le scarpe, non avrei potuto camminare sui sassi.
Se non avessi attraversato il mondo, oggi sarei altrove.
In un mondo ‘altro’. Un mondo ‘diverso’.
Un mondo fatto di cose che non so e che non saprò mai.
Un mondo di scelte alternative, belle o brutte, bionde o brune, luminose o grigie.
Un mondo da bere o da prendere a morsi.
Se non avessi aspettato quell’autobus, quel treno, quella bicicletta, non avrei conosciuto l’amore.
Se non avessi atteso abbastanza il verde al semaforo, sarei morta da qualche parte, di quelle morti da distrazione con la testa tra le nuvole.
Se avessi avuto la testa tra le nuvole, se la avessi ancora, avrei visto e vedrei i gabbiani chiamarsi l’un l’altro, mentre disegnano spirali di aria nel cielo, e ci guardano dall’alto verso il basso, a tutti noi, che operiamo come formiche, nella più assoluta mancanza di libertà.
Ma se non avessi avuto la testa tra le nuvole, mi sarei persa le gioie più grandi della vita, tutte quelle che ho creato dal nulla, riflettendoci sopra con il cuore, l’istinto e l’immaginazione; tutti i castelli in aria costruiti su castelli di sabbia; tutti i minerali luccicanti in essa racchiusi, visibili solo mettendo la testa in una certa inclinazione.
Se mi fossi tenuta le scarpe, non avrei mai danzato.
Non avrei ballato con le stampelle. Non avrei sentito il variare delle superfici sulle quali camminiamo credendo di essere protetti, quando non lo siamo per niente, perché, se vuole, la natura spacca tutto, con la potenza delle sue radici.
Se non avessi conosciuto Benni, non mi sarei fermata a celebrarlo scoprendo per la prima volta la terrazza del primo locale che avevamo a disposizione in quel momento, il Gin Tonic che avevo da sempre ignorato, e il mio nuovo ricordo intimo da inserire nel barattolo dei preziosi che non aprirò mai o che, anche se aprirò, non si sfascerà mai perché contiene solo cose che sono già state tutte tatuate sopra e dentro di me.
Se non avessi la lampada di Wood, dovrei cercare con i miei occhi normali le malefatte che nascondete. Ma tanto le vedrei lo stesso.
Se non avessi attraversato il mondo, la nazione, la città, la piazza, il portone di casa, il salone delle feste, la cucina, il bagno e infine la camera da letto, oggi forse avrei smesso di pensare a una domanda che mi tormenta da qualche giorno: ma io, esattamente, cosa ho fatto fino ad ora?
Ora che queste parole scendono e rimbalzano con dolcezza, come un tappeto elastico piccolo e costruito al centro di un bosco, ora e qui siamo da soli, io con il tappeto elastico, le mie parole e la frase gettonata.
Se non avessi attraversato il mondo, o lo avessi fatto con te, o con te, o con te, oggi vivrei un altro mondo ancora.
Fatto sempre di scarpe.
Fatto sempre di puntate al mare ogni tanto, perché mi sto accorgendo maledettamente che, più cresco, più il mare mi mantiene in vita ed è straziante farne a meno.
Quello del mare è un altro mondo fatto di blu, e sole, e balli in 2 metri quadri. Di luci flebili. Di invito all’arte. Di volti, di ricordi lontani che si racchiudono in bolle di sapone e ti guardano sorridenti.
Ma cosa c’entra il tema del viaggio, con tutto questo?
C’entra, perché questo è un viaggio interiore. Che si svolge in movimento, con e senza calzature, raccontando di scarpe, di piazze e di posti, dove c’era chi io sono andata a prendere.
Per queste persone a volte ho combattuto, spogliandomi di pesi e pregiudizi. Sono andata controvento, ho volato, mi sono arrampicata, ho sfidato le leggi della fisica creandone di mie. Queste persone sono state avvolte in una coperta calda, con una tazza di bevanda calda. Quando sei convinto di sentire il freddo, la tazza calda ti serve.
Poi, lentamente, ho cominciato a ritirarmi. A incurvare la schiena, a guardare negli occhi ma con un sorriso invece di due, mentre il corpo si ripiegava su stesso, in maniera impercettibile.
Ho indietreggiato, nascosta tra le file. Ho guardato quelle persone mentre si divertivano, e smettevano di cercarmi. Lo facevano perché non ero più io quello di cui avevano bisogno. Io ero il gentile passaggio per l’altra strada, quella che si deve fare con un salto, o che richiede un ponte.
Io avevo quel ponte.
Avrei potuto scegliere di restare lì. A fissare il ponte, a guardare chi, dopo qualche tempo di festa e vita irrealizzabile, sarebbe comunque andato via, dietro alla voglia di scoprire cosa c’è dopo. Ho scelto di camminare, me ne sono andata lentamente, dopo la certezza che il desiderio era stato realizzato, una situazione sbloccata, un percorso compiuto.
Me ne sono andata.
Me ne sono andata e, a volte, qualcuno mi ha chiesto perché.
“Perché dopo aver lottato tanto, dopo aver combattuto, dopo avermi tirato fuori da dove stavo, semplicemente vai?”
Boh. Non lo so perché.
Forse perché il percorso, il percorso di entrambi, era finito.
Forse perché sono una solitaria.
O una senza aspettative particolari, che vuole aiutare quanto può.
O una con aspettative eccessive negli altri, che poi resta delusa e deve andare.
O una innamorata delle idee.
O forse, forse sono così e basta. Un mix di due immagini che abbiamo tutti dentro di noi ma che io faccio vedere: quella che cammina storta sui tacchi e se ne nasconde, quella che vede i giochi dei bambini e allo stesso tempo li odia.
Quella riconoscibile da una piccola riga che cammina per terra al suo fianco; è il segno di una lacrima, che sta fissa, scende lì, la accompagna. Quella lacrima è la dote d’oro, il filo di Arianna. La collana con cui vestirsi.
Quella lacrima ha poche dediche ma, più di tutte, è per me stessa: è la grazia per ogni cosa che ho trovato e che ha lasciato traccia quando ho proseguito.
Ricerca del nuovo e conta del tempo non sono in accordo.
Se avessi attraversato il mondo abbastanza, oggi me ne vorrei restare sdraiata come questa signorina, dolce, pensierosa su un pontile, con la coscienza a posto di chi ha lasciato andare la cose giuste.
Il mio viaggio non è ancora terminato.
photo credits: Pholwises, Peaceful solitude
diariogiornatatipo-PaolaRagnoli-iViaggidelladruida

Diario di una giornata tipo

(201708300017)

E insomma, come ogni persona di una certa età, diciamo pure come ogni vecchio la cui vescica non tiene più come a 20 anni, la scorsa notte mi sono alzata per andare al bagno. Erano le 6 meno 10.

Di norma, questo avviene molto prima.

Di norma, l’azione del camminare mi sveglia al punto da farmi andare in funzione il cervello e addio sonno.

Così, alle 6 mi sono alzata, mi sono vestita e alle 6:05 ero a svuotare la lavastoviglie della sera prima.

Alle 6:10 ho pulito la lettiera di little black monster, ovvero il diabolico gatto.

Alle 6:20 ho aperto le gabbie, diabolicogatto è andato a farsi il bidet sotto al tavolo esterno e io sono andata a pulire il giardino. Ho tolto i residui di erba tagliata, ho staccato le piante cattive e le ragnatele diventate troppo grandi per conviverci, o io o loro.

Alle 6:40 ho portato in strada il bidone della spazzatura, il martedì è giorno di raccolta.

Alle 6:45 ho preparato la colazione, per me e per mia figlia.

Alle 7:10 ho scritto una mail urgente su commissione, tra un caffè, un morso di ciambellone, l’oroscopo di Paolo Fox e una valutazione del meteo con la pargola per stabilire l’abbigliamento adeguato al clima.

Ho pulito la tavola e alle 7:40 sono entrata in doccia, perché dopo il giardino la cosa è obbligatoria pure se vai di fretta.

Già che c’ero ho pulito il bagno, fatto un veloce bucato, e alle 8:40 ho cambiato le lenzuola al letto.

Alle 9 avevo sonno. Quindi, secondo caffè (meritato).

Nel frattempo ho chiamato mia madre.

Alle 9:30 ho cominciato a lavorare. Ho riprogrammato un po’ di post, lavorato su un paio di articoli, fino alle 10:30, quando è arrivata la mia cliente – amica – insegnante di olandese. Con la quale ho lavorato fino alle 12:45, alla piacevole ombra di una tenda da sole.

Alle 12:50 ho finito di lavorare all’articolo lasciato a metà, riscaldato al microonde della pasta al forno (sacrilegio? Può darsi, ma la fame è fame) e ricominciato a lavorare, questa volta mediante consulenza al telefono (piacevolissima, peraltro. Sono fortunata).

Quando ho finito, ho lavato a mano un paio di bicchieri e altri due fregnetti, e alle 14:30 sono uscita per andare a lavorare (di nuovo).

Ho finito alle 17:30, sono andata a fare la spesa, ci ho impiegato un po’ perché non trovavo il mio yogurt preferito, e alla fine non lo ho trovato.

Alle 18:30 sono arrivata a casa e il bidone della spazzatura non era più in strada, ma al posto suo.

Alle 18:35 ho avuto il mio appuntamento telefonico – indovinate un po’? – di lavoro. Ma anche chiacchiera amica. Sono ancora fortunata.

Alle 19:30 mi sono seduta e finalmente ho ascoltato il resoconto della giornata di mia figlia.

Alle 20 ho scritto alla vicina per sapere se era stata lei a mettermi il bidone a posto: è stata lei.

Alle 20:10 sono andata a cucinare. Ho preparato tutto ciò che era nel frigo e che stava andando a male, ho preparato la cena, ho preparato il pranzo di domani per la scuola.

Ho apparecchiato, alle 21 abbiamo mangiato.

Alle 22:30 (eh sì,stavolta me la sono presa comoda) ho sparecchiato la tavola, mandato la lavastoviglie, finito di rispondere a un paio di mail di lavoro e scambiato ancora due chiacchiere con mia figlia prima della sua buonanotte.

Alle 23:30 mi sono seduta per scrivere questo pezzo. Volevo farlo con una colonna sonora giapponese di sottofondo perché oggi ho mangiato una caramella giapponese e ho pensato che quello è un posto molto strano, e volevo calarmi nel mood, ma il video che ho trovato mi ha distratto troppo, così alla fine ho scelto una colonna sonora ‘road trip’.

A mezzanotte meno cinque ho finito di scrivere. Ho riletto il pezzo e ho deciso di postarlo, in quella che tecnicamente è già la giornata di domani.

Qual è la morale di tutto ciò?

Questa:

meno male che non mi sono svegliata alle 3.