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Bravi, capaci

(201110190918)

Temo ci voglia sempre qualcuno che ci ricordi che siamo bravi e capaci.

Anche se abbiamo raggiunto i nostri traguardi, o anche solo piccole soddisfazioni nelle quali non speravamo, ho l’impressione che da soli non ci bastiamo. Sì lo so, è sbagliato, lo direbbe qualunque psicologo e anche qualunque amico o conoscente al quale chiedessimo il parere.

Ma temo che la versione a parole sia tanto bella quanto non corriponda a verità.

Temo abbiamo tutti bisogno di un sostegno, non solo morale, ma anche di pazienza, grande pazienza, che ci venga incontro quando ci abbattiamo, che ci faccia l’elenco di quanto valiamo e di quanto abbiamo prodotto.

Chi più, chi meno.

Non dico che da soli siamo incapaci a muoverci, anzi, sono convinta che i più grandi passi vengano dall’interno di noi stessi e delle nostre volontà.

Ma penso sia possibile muoversi meglio quando l’amore e l’affetto di qualcuno ci accompagnano e ci assistono nelle crisi e nei nostri pianti. Nelle fasi in cui vogliamo resettare, in quelle in cui vogliamo tornare.

E’ più facile.

Fa stare meglio.

Ci fa sentire forti.

Penso sia bello avere qualcuno al proprio fianco, su cui contare.

albero visto dal basso

L’albero da scalare

(201110061735)

Come funziona? 

se è vero che c’è un motivo per tutto, bisognerà essere di conseguenza molto pazienti.

Come quando sei lì lì per fare qualcosa, per esempio il tuo passo, e ti accorgi che invece non ti puoi muovere.

Per enne circostanze della vita, perché salta fuori una spesa imprevista, perché tutto l’imprevedibile calcolato è sempre lacunoso di quell’ultima scaglia di non valutato.

Perfino un’apparizione di un sovrannaturale o una trasfigurazione veloce sarebbero più prevedibili ed affrontabili.

Visto che c’è un motivo per tutto, suppongo che il futuro riservi delle cose bellissime.

Una vita senza disagi economici, un lavoro che forse non sarà quello dei nostri sogni ma che nemmeno darà troppi grattacapi, un mondo affettivo equilibrato, e non composto da malati isterici con la sindrome della condivisione dei beni.

Visto che c’è un motivo per tutto, ne devo dedurre che il tempo allunga i suoi ritmi perché qualcosa non è ancora pronto, o perché si sta sbagliando strada e quindi ci viene impedito di fare determinate cose.

Si dovrebbe cambiare mira.

Punto di vista.

Arrampicarsi su un albero e cercare nuove angolazioni.

Oppure avere il coraggio di confessarsi apertamente, liberare l’anima e smettere di vivere di pregiudizi e paure.

Poiché c’è un motivo per tutto, viene facile pensare che ogni cosa verrà a tempo debito.

Bisogna pensarlo, se vogliamo goderci la traversata.

‘Quando c’è un problema, non cercare il colpevole, ma cerca la soluzione.’ (proverbio giapponese)

strade milano mattina buio

24 ore.

(201109072242)

Milano, 5 am.
Un tassista in anticipo di 20 minuti.
Due ore di sonno, che non ce la fai nemmeno a fare colazione nell’unico bar aperto.
Il treno che partirà ancora in oscurità, tu che ci dormirai a bordo.
O tu che ciondolerai in stazione nell’attesa si faccia giorno.
Buio ovunque che non distingui le strade, ma forse nemmeno le conosci, il tassista potrebbe fare il giro che vuole.
Il tassametro che scorre da quella quasi mezz’ora prima.
Tu che ruzzoli giù dal letto in tutta fretta, sentendo il rumore del motore.
Questa canzone a guidare il tragitto.
Riuscire a trovare in macchina un motivo per ridacchiare, è qualcosa che ti cambierà la prospettiva di tutta la giornata. Il colore delle strade. Il caffè del risveglio. Il traffico lento. Il buon buongiorno.

ragazzo ragazza alternati, bianco e nero

E poi capisci.

(201109031151)

Ti rendi conto che tutto quello che hai fatto fino a quel momento non serviva a niente. Tutte quelle ricerche, quell’incessante voler sapere, infilandosi anche a forza negli angoli più nascosti. Tutte quelle domande sparse nel vuoto, le teste, le facce. Le parole. Il sentore di frasi pronunciate a bassa voce, e a volte tradotte dal silenzio in interpetazioni – alcune rimarranno cieche. E poi, ti rendi conto che tutta quella cecità ti ha contagiato e ha rischiato di farti perdere la vista, e il punto del vero. Hai scavato su suggerimenti sbagliati, di te o dei tuoi amici. Che tu sia uomo o donna, hai scavato lo stesso. E quando hai trovato, non era quello che cercavi. Ed hai pensato che, come sempre, era meglio non sapere per certo, che sapere di non sapere, perché ciò che hai avuto non è servito a niente. Tutte quelle illusioni cadute a vuoto o mai volate, dotate di grandi ali senza colore che ti rendono così dissimile agli angeli, quando ti guardi allo specchio e scende solo una macchia di rimmel. Vedi altri volare fino alle nuvole dei loro sogni, strapparne un angolino come fosse zucchero filato e riportarlo sulla terra, mangiucchiarne un po’, piantarlo e farlo crescere. Poi vedi i tuoi occhi grandi e cerchiati. Le labbra socchiuse, una goccia di ombretto pastoso nell’angolo della bocca, e l’espressione di chi sa che deve ricominciare daccapo, perché o il riflesso nello specchio, o lo specchio rotto.

uomo raggiunto da un raggio di luce nel buio

Voglio

una casa in campagna

un orto, con le mie verdure e la frutta, che poi vado a vendere al mercato

galline, un gallo. una mucca, pecore e capre. conigli. cavalli bianchi e uno nero. una vigna

una cucina come quelle dei castelli, enorme, con un piano di lavoro centrale grande come un letto a due piazze, e tanti paioli in rame.

un camino e un barbeque

l’arte di fare dolci di scena

un’amaca

una tinozza d’altri tempi dove lavarsi

una pompa in giardino con cui spruzzare d’acqua i bambini pieni di fango prima che entrino in casa

un pavimento in cotto

scale per le stanze da letto dei piani superiori

un salone delle feste come quello di una reggia, per fare ricevimenti

cani e gatti sotto lo stesso tetto

un loft a new york

una casa a valencia

la direzione della tate gallery

la proprietà di un’officina per artisti che diventano famosi solo perché stanno esponendo da me

un laboratorio creativo di nuove invenzioni pensate e messe in pratica fino ad oltre i limiti della creatività dei loro padroni

concept continui di rivoluzione dell’estetica per il gusto del brainstorming

cantare allo stadio olimpico e al royal albert hall mentre tutti i miei colleghi stanno lavorando per me

decidere di non fare un cazzo quando voglio

fare il medico

vivere in costume da bagno

mangiare messicano in messico

stare sdraiata tutto il giorno a bordo piscina

non avere bisogno di cibo

fare il bagno nuda quando nessuno mi vede

e fare il bagno di notte d’estate al mare

uscire sotto la pioggia estiva e bagnarmi, ridere di tutta l’acqua e fare una foto che immortali il momento

distruggere con l’acido le fotoricordo sbagliate impresse in maniera indelebile nella mente

bere vino rosso di buona qualità

avere una fornitura a vita di birra

guidare solo quando ne ho voglia, e una sportiva che corre, corre forte

attraversare la route 66

vivere a las vegas

visitare la nuova zelanda e fermarsi a fare colazione in australia

andare a vedere un igloo

urlare nel grand canyon fino a sentirmi rispondere

un mazzo di rose rosse

o anche bianche

fiori, già, fiori

rifare il viaggio in macchina io e mio zio, diretti non so dove ma vicini al cuore più che mai

andare al ristorante io e papà, non importa se non è una mangiata di pesce come quelle che mi aveva promesso che un giorno avremmo fatto

e non abbiamo mai potuto farlo

tornare indietro a un weekend fa

riavere le mie coccole e i miei abbracci

ridere

ma in fondo basterebbe sorridere, perché ridere è solo momentaneo mentre sorridere, quello è per sempre

dire a tutti quello che penso di loro senza preccuparmi della forma

fare tante partite a shangai e a memory

giocare a cluedo

avere mary poppins al mio servizio perché non ho voglia di mettere a posto la stanza

aprire scatole senza trovare nulla di rilevante o importante che abbia con sé un segno graffiante

non avere dolori sul viso

né occhi gonfi

avere un ristorante

anzi no, una locanda

anzi no, un piccolo albergo, con una cuoca brava e simpatica che sia anche mia amica, qualche stanza ben tenuta e curata nei piccoli dettagli, e qualche tavolo per pochi, dove servire pasti semplici ma gustosi

far vivere d’arte chi se lo merita, perché io non ho talenti, so solo ascoltare

aiutare chi ha bisogno di aiuto a credere nei propri sogni

le foto che ho avuto in promessa

avere risposte

un bastone al bisogno

una mano vicina

un’anima amica del mio cuore

un prato leggero su cui sdraiarmi

un venticello e le sue nuvole che formano disegni da indovinare

essere libera

dormire.

mare e sdraio

Rollio.

(201107210200)

Se ne stava seduto ad osservare il mare con le sue barchette parcheggiate nel molo. Una parte di lui invidiava le persone che stavano prendendo il largo; di lì a poco si sarebbero fatte cullare dalle onde, sotto il caldo sole di luglio. Anche lui voleva prendere il largo. Era sdraiato, su di una strana panchina semi mobile costruita in legno, forse importazione di qualche paese lontano, o forse opera di un maniscalco locale. Era una bella sedia. Ed era un buon cocktail, quello che aveva tra le mani. Guardava le nuvole volare, voleva essere con loro. Ascoltava racconti fantastici e faceva domande su quei mondi che per il resto delle persone sembravano solo inventati. Si chiedeva dove sta il confine tra vita e realtà. Quanto si può cambiare. Se davvero vale la pena cambiare, quali sono le alternative. Rifletteva sull’importanza di non cancellare chi e cosa ha di buono nella vita, solo perché è colto da un momento di inquietudine. Di lì a poco avrebbe finito il suo cocktail, si sarebbe alzato e avrebbe guidato, diretto ai suoi doveri e dolori di sempre. Non tutti i viaggi sono belli. Alcuni sono uno strappo al cuore, qualcosa che vorresti poter fermare, e cambiare, rimodellare sulle tue misure. Per questo se ne stava lì, in attesa dello scadere dell’ora. Se non poteva bloccare il dopo, poteva almeno bloccare l’adesso. Uno sbalzo di sospensione del tempo: lui, le domande, il vento fresco, e l’ascolto suo punto fermo.

photo credits: Giulia Mariutti, Endlich ruhe

sonocombattiva

Sono combattiva.

(201107150800)

Sono nata combattiva. Sono stata costretta a farlo.

Mi sono perfezionata ogni giorno per non cedere.

Più di ieri, sempre meno di domani.

Ho stretto i denti, sono caduta e sono andata avanti.

Sono stata uccisa, e mi sono rialzata.

Non ho mai fatto del dolore uno stereotipo comune.

Mi sono esercitata ad assorbire i colpi più violenti, e non li ho mai messi in pratica.

Semplicemente, ho assimilato.

Ho studiato qualunque cosa, perché conoscere è imparare a difendersi.

Ho imparato a non piangere e a non chiedere aiuto mai.

Ho camminato nel fango, nel sangue e negli sputi di chi ha creduto di umiliarmi.

Sono stata in silenzio quando occorreva, e mai scorretta.

Nemmenoquando avrei avuto il diritto morale di riscattarmi.

Ho soccorso e salvato non so quante persone.

Ho tirato avanti per la mia strada sempre a testa alta.

Ho imparato ad essere riservata.

Sono stata odiata e calunniata, e già solo per questo resto più forte di chi lo ha fatto.

Ho imparato la pazienza. La lunga pazienza.

La saggezza dell’attesa.

L’equilibrio sul filo.

Ho visto chi mi era caro morire.

Sarò combattiva anche questa volta.

letturedellasera

Letture della sera.

(201107150600)

Ogni volta, e dico ogni volta che succede qualcosa, di norma penso che la colpa sia mia. Nel senso: che dipende da me, che devo rivedere un aspetto del mio atteggiamento, che ho sbagliato una sfumatura, frainteso le parole, bla bla. Poi, un giorno, incontro una ragazza che mi dice che lei difficilmente si mette in discussione in questo modo: se succede qualcosa, il problema è semplicemente dell’altra persona. Che non capisce, non vuole capire, non è interessata; lei è chiara nell’esposizione e in quello che vuole. Forse così è troppo: non porsi mai il problema di avere sbagliato è presuntuoso. Ma forse è troppo anche quello che faccio io: pensare che il mondo intero sia giusto e io debba essere in torto e, di conseguenza, ancora più accomodante se voglio riparare. Un altro po’, e non mi si vedrà più, per tutte le volte che mi sono abbassata. Sì, lo so, retaggi culturali di una vita sbagliata. Resta il fatto che, una volta scremate le vicende da possibili influenze infantili ed adolescenziali, la sostanza non cambia: io mi faccio domande, altri viaggiano catatonici nella loro discutibile perfezione. Io tengo il coltello con la lama rivolta verso il basso, altri lo tengono dalla parte del manico. Io mi muovo, altri si siedono. Io dico che ho dei dubbi, altri non li scrivono nemmeno sulle pareti dei loro sogni. Il bello è che, volendo fare una statistica, nove su dieci di quelli ‘altri’ sono spesso convinti di comportarsi nella maniera assolutamente opposta. Il decimo sta dormendo.

Ma è la vita. Qualcuno la sera legge un libro, qualcuno una rivista e qualcuno la sua anima. Ho dei percorsi mentali molto elaborati pronti a snodarsi, ma oggi li lascio in silenzio. Ne traccio solo le prime righe. Dico che la ragazza che, in questa storia, nulla teme del giudizio altrui controbilancia la ragazza che, in questa storia, si impegna per abbattere a picconate ciò che vede nel suo riflesso. Lascio a voi, se vorrete, l’opzione di pensare a voce alta come la cosa continua.

 
guanti da lavoro, close up

Ponzio Pilato

(201104261718)

‘Anche chi pulisce il cesso ha la sua dignità perciò dirigente di merda, salutandolo, non rifiutargli la stretta di mano.’  

Salvatore Grieco.

Sono arrabbiata. Sono arrabbiata come poche volte mi capita. Sono arrabbiata, intollerante e cinica verso un mondo arido egoista e anaffettivo, in uno di quei giorni cinici in cui faresti nomi e cognomi, usciresti di casa sbandierando la lista di tutti coloro che ti trattano male, che mentono, che presentano dei difetti di carattere così odiosi che li prenderesti a schiaffi in una piazza pubblica senza nessuna grazia. Io, che sono buona e paziente, che non conosco il significato della parola lite, che al massimo intavolo una discussione che deve essere costruttiva, e che se il tono si fa acceso lascio perdere mi accendo una sigaretta e torno quando i tempi sono migliori, io che sono il silenzio e la tomba dei miei torti subiti e dei racconti di altri, io mi sento un timer nella pancia e non so se per staccarlo va tagliato il filo blu o quello rosso, perché li ho mangiati entrambi.

Nei miei giorni cinici, sono contro tutti coloro che ho visto cambiare bandiera senza ritegno, passando dalla parte di chi un tempo era considerato nemmeno un nemico, peggio ancora, uno stupido. Sono contro chi pratica voltafaccia clamorosi, che per fortuna a volte i social networks ci rendono pubblici, e ci permettono di osservare la mancanza di coraggio di certi individui. Se davvero alcuni si parlassero sinceramente, le loro paginette sarebbero scarne di 🙂 😉 :p 😀 XD :*.

 Sono contro la boria dei cittadini che si credono superiori ad altri cittadini solo per la professione sulla carta di identità e i premi in bacheca. Ce l’ho, sì, con tutti coloro che si sentono meglio perché sfruttano la loro intelligenza per fare sentire gli altri una nullità. Voi, mondo arido che scalda le sedie, voi che rivolgete parola solo a un vostro pari livello e trattate una segretaria al pari di una zingara che chiede l’elemosina, quando lei è la balia dei bisognini del vostro ego. Sono contro tutti voi che non puoi lavorare perché hai una figlia e non un gatto, voi che non sei credibile perché hai un viso troppo dolce, voi che mi si accusa di essere troppo bella e per questo ci si sente in diritto di chiudermi in una stanza per pagare il pegno dell’essere femmina.

Voi, che se non ci chiudete, ci parlate comunque con l’immutato scopo di poterci toccare e quando capite che non funziona ci cancellate.

Sono arrabbiata con chi sfrutta e scarnifica le donne sempre principali vittime di un sistema maschile il più delle volte duro a morire.

Sono contro tutti gli ego smisurati che si chiudono in una bolla d’aria. Quando i vostri problemi egoisti annichiliscono quelli degli altri (quali altri?). Quando frequentate gli amici giusti e lasciate a casa quelli veri. Quando quelli veri si guardano allo specchio con un punto interrogativo e vi mandano a fanculo. Sono fottutamente contro i maniaci egoisti del proprio io, contro chi non ascolta, contro chi fa solo finta di ascoltare. Sono arrabbiata con chi si professa amico e di quella parola non ha mai imparato il significato. Sono arrabbiata con chi compone lettere con aria di sufficienza, aggredendoti, ma perché è stato punto nel vivo con la verità. Come questo pezzo di oggi, che piacerà a pochissime persone. E poi la druida, la druida che si arrabbia.

Ma io sono arrabbiata con chi si inaridisce e vuole succhiare le energie agli altri. Con chi professa fede quando la fede la ha persa. Con chi chiede attenzione ma non concede la sua.

Sono arrabbiata con chi condanna il vicino di casa e non coltiva la sua erba, con chi osserva passivamente i propri figli massacrarsi l’uno con l’altro, con chi ignora l’autodistruzione generazionale degli adulti di domani.

Sono arrabbiata con chi sa che il mondo sta andando a puttane, e si preoccupa solo della parte delle puttane.

In questi giorni cinici, sono terribilmente arrabbiata con chi inneggia al decadimento morale di questo schifo di rapporti umani senza verificare la sua relazione con il mondo. Qualcuno sparge semi pubblici in cui la cosa più carina che comunica è ‘dalla, l’importante è non parlare d’affetto’. E cazzo. Nemmeno l’affetto. In questo mondo sterile, dove a forza di coito interrotto i pochi spermatozoi rimasti diminuiscono di fertilità, siamo così cimici che perfino essere romantici diventa un marchio a fuoco, la lettera scarlatta della vergogna. Romantica, che schifo.

Sono arrabbiata con chi ignora dove vive. Con chi indossa guanti per non toccare il prossimo. Con chi non dimostra più rispetto e non ha più pazienza, nello spiegare – nel costruire – nel parlare – nell’ascoltare.

Sono arrabbiata con chi adotta questo comportamento frutto del nostro tempo, in cui tutto scorre velocemente e se ci si stanca si fa reset.

Sono incazzata, io che dico poche parolacce, e disgustata.

Sono rincuorata solo dai bambini.

Meno male che esistono i bambini.

Loro non sanno mai di cimice, né saranno mai aridi di niente.

photo credits: Roman Kraft

vitadaangeli

Vita da angeli

(201012171300)

Ho un problema con la digestione di una certa realtà.

Faccio un esempio: sono interdetta di fronte a chi ha paura di scoprirsi. Di dire cose e non metterci la faccia, di asserire e poi ritrattare, di cambiare bandiera con la nave che tira, di esporre minacce criptiche ed accessibili solo a pochi edotti.

Ancora esempio: in un blog, come nella vita reale, il quesito non è trovare i contenuti, ma come metterli.

E il come metterli genera il quesito ‘commenti’, così nel blog come nella realtà. Quando scrivi, impari a riconoscere le sfumature dei tuoi lettori. Sono tutti indispensabili, ma i più pittoreschi sono i contestatori: un composto ultracomplicato di parole scelte mediante approfondita ricerca su vocabolario Google versione ‘clicca su sono fortunato’, allo scopo di scovare i termini più aulici e desueti, finalizzati ad offenderti e insultarti.

I commenti di questo tipo sono tutti marchiati di anonimato e macchiati da un briciolo di codardia. Mi chiedo se in giro ci sono tanti brutti ceffi o se io li raccolgo tutti con un’unica calamita.

Di nuovo esempio.

Potrei passare in rassegna la mia infanzia.
Potrei fare mente locale sui miei amici e su come alcuni rapporti siano terminati, per le meschinità che ho scoperto nel corso degli anni.
Potrei raccontarvi di quando ho coperto un uomo nella sua scappatella, quando sarebbe bastato alzare un dito e raccontare tutto a chi di dovere, mentre l’altro mezzo mondo lo sapeva già. Quell’uomo non ha temuto perché sapeva che io lo avrei aiutato.

Anche altri non mi hanno temuto, ma hanno sviluppato un interessante senso di colpa in proposito. Altri ancora, invece, hanno minacciato. Insomma ognuno si è dato da fare come meglio poteva e nessuno è stato intaccato.

A coprire tutti sono stata io.

Fortuna che sono una semplice viaggiatrice e alle punizioni divine ci pensa qualcuno più in carriera di me, però ho scoperto che la nostra vita non è tutta carta bianca. Tutti abbiamo un Angelo protettore che ci guida e ci consiglia nel nostro cammino, secondo indicazioni ben definite e che non dipendono da noi.

Ogni Angelo ha un compito, dunque ognuno di noi ha un compito.

Hanno regalato questo libro a mia madre, a Natale dell’anno scorso, ho letto le pagine che mi riguardavano e ho riso per tre giorni di seguito.
Poi ho smesso. Ed ho capito tutto.

Il mio Angelo dice che il mio compito su questa terra è di aiutare coloro che sono in difficoltà per qualsiasi motivo (astenersi richieste per prestiti bancari alla fine di questa lettura, grazie).

Devo dare indicazioni, aiutare le persone a trovare la strada giusta dentro e fuori di sé ed accompagnarle nel percorso finché non saranno pronte, aiutare le anime meno buone che hanno bisogno di un po’ di pulizia (a volte anche in senso fisico), sostenere i disagiati, i deboli, gli infelici, i sofferenti e i malati.

Un Angelo bellissimo, il mio, non c’è che dire. L’altruismo fatto molecole del sangue. Mi alzo la mattina e mi chiedo ‘oibò, chissà chi aiuterò oggi?’. Seguire il mio destino, specifica il libro, mi porterà alla felicità.

Nulla da dire.
Fico. Mi piace e ne sono contenta.Quando ho letto la descrizione del mio Angelo, ne sono rimasta entusiasta e mi sono sentita proprio nella mia pelle.

Poi è arrivata la clausola.

Quella scritta in piccolo, alla fine delle normali avvertenze: “Attenzione, qualora decideste di tenere per voi qualcosa di ciò che fate per gli altri, siano averi, proprietà, pagamenti in denaro, sarete puniti.”

Puniti, nemmeno declassati ad angioletto inferiore che può solo aiutare vecchiette a contare i centesimi in fila alla cassa del supermercato. Puniti. “E se per caso vi venisse in mente di non aiutare qualcuno e fare finalmente qualcosa per voi, sarete puniti.”
Pure.

Mi sono girata e ho guardato mia madre con un profondo senso d’odio, per non aver saputo tenermi nella pancia qualche giorno in più.

Almeno ora capisco perché i miei problemi sono sempre tutti vivi e quelli degli altri che vogliono aiuto lentamente guariscono.

Se qualcuno sta male, sa che può contare su di me. Anche uno sconosciuto. Lui non sa perché, ma mi scriverà. Io non sono Mr. Wolf e non risolvo problemi, però se sono qua evidentemente servo a qualcosa.E poiché anch’io sono umana, ogni tanto un conforto lo vado a cercare in quelli che sono i miei veri amici. I quali sanno che io non parlo molto di me. Ma quando lo faccio, significa che sono al limite. E quando supero il limite, io mi ammalo ed entro in sciopero.

E qui la questione muta ancora una volta: qualche amico potrebbe smettere di cercarmi, per delicatezza dice lui, perché fondamentalmente non te ne frega un cazzo, dico io. La terza opzione è che hanno un Angelo custode meno hippie del mio che li esorta a pensare ai fatti loro. Solo che poi io ci rimango male.

Ora, mi chiedo: alla luce della scoperta del mio Angelo, e dopo essere arrivati alla conclusione che il mondo è pieno di stronzetti egocentrici, ha senso che io svolga ufficialmente la funzione di capro espiatorio dei problemi sanitari degli altri?

Se mi pagassero, forse potrei anche prendere in considerazione questo originale mestiere già accennato dall’esimio Daniel Pennac. Ma non mi pagano.

Chissà, voi che mi state leggendo, quale Angelo siete.

Non mi resta che rimettermi alla frase di Gibran che diceva: “La realtà dell’altro non è in ciò che ti rivela, ma in quella che non può rivelarti. Perciò, se vuoi capirlo, non ascoltare le parole che dice ma quelle che non dice.”

Postilla: Questo racconto è frutto della fantasia dell’autrice. Ogni riferimento a fatti, persone e personaggi della vita reale è puramente casuale.

photocredits: Basizka photography