blow-by-jeanfan

Preferenze.

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E poi la vita cambia in base alle preferenze.

Le preferenze cambiano in base all’età.

A 20 anni, discoteca. A 80 anni, nipotini.

A 10 anni, ciò che ti indicano le persone che vedi e con le quali cresci.

A 30 anni, la voglia di una famiglia e di stabilità. Di norma. Perché non sempre questa voglia la metti in pratica.

Non sempre sei disposto a rinunciare ai tuoi spazi e alle tue uscite serali, che negli anni adolescenziali hai conquistato.

Eppure è solo un cambio, una vita a due. È solo una questione di preferenze.

Pensando di dover rinunciare a se stessi, quando si tratta solo di affiancarsi a qualcun altro.

Mi chiedo perché gli esseri umani siano così egoisti.

Perché prediligano la loro chiusura mentale fatta di spazi per nessuno, alla gioia veramente vissuta di un abbraccio.

Perché si nascondano dietro le scuse, pur di non costruire.

Ciò che è definito ‘costruire’, è solo ‘fare’. È solo vivere. È solo fare cose.

Mi chiedo perché le persone non facciano cose.

Photo credits: Jean Fan, Blow

untitled - quadro LALALA

Tutti mentono.

Ecco, è che alla fine io penso che tutti mentono.

Se per mentire intendiamo anche il nascondere le cose, oppure il raccontarle in maniera inesatta.

Se per maniera inesatta intendiamo non fatto volutamente, ma semplicemente detto.

‘Semplicemente detto’ è quella che si chiama ‘la nostra versione dei fatti’.

Tutti mentono, perché nei racconti non possiamo essere attendibili.

Non possiamo essere attendibili perché stiamo dando sempre la nostra descrizione, quello che hanno visto i nostri occhi, che ha vissuto la nostra mente.

Tutti mentono, ma alcuni da grandi imparano a smettere.

Diventano saggi.

Certo, poi ci sono anche i mentitori veri. Quelli incalliti.

Quelli che la madre la hanno già venduta da tempo per una manciata di spicci.

Ci sono i mentitori che ti tengono nascoste le cose per non ferirti, dicono loro, per paura delle proprie azioni, dico io.

Ci sono quelli che sono così intercambiabili che finiscono per confondere verità e bugia.

Tutti mentono, ma come mentono i bugiardi no.

Hanno un odore diverso.

Un fuoco paglierino nell’iride.

Un impercettibile tremolio nella voce.

Ho imparato a riconoscere le differenze, e le persone dal primo sguardo.

Non mi piace chi fa l’oca. Chi mente per indifferenza. Chi ti cambia mille versioni di una stessa storia.

Non mi piace chi nasconde volutamente la realtà.

Non mi piace chi gioca a dadi la sua partita sulla pelle degli altri.

Non mi piace chi si mette in gioco con la pelle degli altri.

Non mi piace chi si crede Dio mentre dice che è abbastanza umile da sapere di non essere Dio. Concetto contorto, ma non più della mente di questi soggetti.

I loro occhi ladri.

Tutti mentono.

Ma i bugiardi puzzano.

I visionari sanno di latte.

I saggi, di caramello.

Credits: visual by Bryartcart, Lie Lie Lie

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Gente.

(201207160136)

Mi frulla un mondo, per la testa. Un mondo fatto di voci caotiche, di persone che urlano, ti comandano, ti dicono cosa fare. Si dimenticano la gentilezza. Giro da mesi in un caos calmo, una quiete apparente dove, sottobosco, regna una democratica confusione. La mia testa come la stanza di due ragazzine adolescenti che mettono a soqquadro tutto per il gusto di provare vestiti; un raggio di sole, la primavera, leggere gonne a fiori e capelli intrecciati con qualche spiga di grano. Sembra un belvedere, eppure, di quel panorama, si scorge solo tanta polvere che si alza e si deposita sui soprammobili.

I soprammobili.

Bisognerebbe buttarli tutti, creano solo disordine.

Disordine e confusione, come le voci attonite che si rincorrono nel viale dei miei occhi. Tic e tac di passi di gente arrogante, sicura di sé, pronta a scalzare ogni pensiero diverso dal proprio. Gente che finge calma. Gente adolescente che compra solo piedistalli.  Gente senza classe. Gente senza gentilezza. Gente che si riempie la bocca di parole che non ascolta, e che poi sputa, giocando a chi va più lontano.

Non si vince niente.

Gente.

Cocktail_Umbrellas_p_3_by_meendee

Dolceinvita


               A un albergo in riva al mare,   
                  a una spiaggia poco trafficata, con cocktail serale,  
                           collane di fiori, luminarie di carta e musica suonata dal vivo          
                                  forse qualche orchestrina locale       
                                         piedi sulla sabbia,  ospiti intorno  
                                               profumo di fiori,  di salsedine, di caldo estivo
                                                 di grigliate di pesce                                             
                                                        di festa locale per i pochi avventori.



                                                         Alla sera, 
                                                   a un fiore tra i capelli,                      
                                                   un bicchiere tra le mani con una cannuccia lunga lunga,          
                                             una fragola intagliata nel bordo, tra granellini di zucchero       
                                         un cocktail a colori tra l’ananas e il cocco                               
                                      una interminabile risata                    
                        e il suo braccio mi avvolge la vita.



                     Alla testa che si inclina, 
                   alle note che si intrecciano nel tessuto dei vestiti,   
                       ogni rumore risuona in eco         
                         il mondo si allontana                
                       e noi balliamo         
                            mentre gli occhi, come geishe,  studiano pazientemente l’attesa del dopo.     

photo credits: Mendee, Cocktail umbrellas

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Piccolo puntino.

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E’ lei. Un piccolo puntino ripiegato su se stesso. Viene da lontano, sola, trascinando con sé a fatica una valigia consumata, piena di ombre e di parole. Ha il volto scavato, il corpo chiuso, i capelli di fronte al viso. Ha uno sguardo macchiato, con cui non vede nessuno. Fissa davanti a sé con occhio vitreo il mondo, che le sta scivolando addosso e che le corre intorno. E’ in una campagna deserta ripiena di un cielo plumbeo. E’ al centro di una piazza, chinata in ginocchio per la stanchezza e la gente la guarda come fosse una poveraccia; una nota di compatimento e di paura, per il non voler sapere. E’ lei, trasparente eppure pesante, nonostante i suoi pochi chili che pesano come ferro, o forse sono molti e pesano come ali. Le ali che vorrebbe avere, per quella valigia che vorrebbe lasciare, e non le si stacca dalla mano. Ogni volta ha preso qualcosa da chi ha incontrato, ed ogni volta ha dato tanto di quello che aveva -ma qualcosa è stato un furto-, fin dall’inizio, quando era piena di buone speranze e la valigia ricca di farfalle. Ha chiuso mille e più porte, non è riuscita a tenere quelle giuste. Ha aperto solo quelle suggerite dalla ragione. Le ha sbagliate tutte. Non può più tornare indietro e vaga nel buio del vuoto, con l’intima speranza di arrivare ad un approdo, ma non sa nemmeno lei più qual è, e pensa che ormai non riuscirà a vederlo. E’ persa. Ha camminato sempre, ogni volta sempre più lenta, ogni volta le gambe più pesanti. Ogni volta la valigia più trascinata. Si è fermata quando la hanno fermata, per dare indicazioni e per sfamare chi le ha chiesto un pezzo di pane. Capitava sempre di fronte a qualcuno che aveva bisogno di un aiuto; a loro, la strada ha saputo indicarla. Nessuno sapeva parlare con lei. Nessuno la sentiva. Ealla fine, per sé, non ha nulla. Non è stata capace di costuire niente. Non cammina quasi più. E adesso provate a dirle che deve andare avanti.

piedi timidi

Starnutire sul vicino

C’è un racconto di Čechov, che ho letto da ragazzina, che parla della capacità di assimilare il perdono. Mi torna in mente ogni volta che mi accade di vivere una situazione in cui mi sento di aver sbagliato e non so come uscirne.

La storia, della quale non ricordo il titolo, fa più o meno così: c’è un tizio, a teatro, che durante lo spettacolo starnutisce in testa a un vicino di posto, forse calvo, se non ricordo male. Il tizio si scusa, il vicino educatamente risponde che non c’è problema, ma il tizio, evidentemente imbarazzato per l’inconveniente, non riesce più a concentrarsi e si fissa con questa faccenda dello starnuto e sul fastidio che ha recato. E’ così a disagio che chiede nuovamente scusa al malcapitato, non una, ma due, tre, dieci volte, fino a che ovviamente il vicino comincia ad innervosirsi per questo atteggiamento. Il tizio nota il comportamento stizzito dell’uomo e si agita ancora di più. Non capisce che non è lo starnuto ad aver generato il problema, ma quello che sta facendo ora, per tentare di riparare, sebbene sia in totale buona fede. Il racconto finisce con il tizio che si toglie la vita, per l’incapacità di gestire il peso della situazione che aveva creato.

Ho sempre trovato Čechov un po’ pesante.

All’epoca, quando lo stavo leggendo, avevo circa 16 anni, mi sembrava davvero tutto fuori luogo, capivo il pelato che si era ritrovato la testa spruzzata di starnuto, trovavo assurdo che una persona potesse scusarsi così all’inverosimile. Eppure Čechov parlava di problemi comuni dell’animo umano, questo aspetto non lo avevo colto.

Suicidarsi per uno starnuto è più o meno ciò che a volte commettiamo, quando incappiamo in un errore comportamentale. Una frase detta senza pensare, un gesto commesso, a volte pur avendo considerato le conseguenze ed avendole trovate non traumatiche per l’altra persona, a volte addirittura vedendoci del buono, e si apre un mondo di reazioni inaspettate che ci gettano nel panico. Non era quello che volevamo intendere, non era nostra intenzione causare danno.

Non vogliamo che le persone abbiano di noi un’impressione diversa da quella che trasmettiamo all’esterno.

Con l’età impariamo ad ammorbidire questi aspetti, ed a ridare il giusto peso alle cose, ma c’è quella via di mezzo, quella fascia prima che diventi maturo ed acquisti consapevolezza della vita, in cui uno starnuto è ancora importante, ed a nulla vale, nel profondo del nostro cuore, dichiarare a gran voce che noi non temiamo il giudizio degli altri. Questo è parzialmente vero nel lavoro, molto vero nell’amicizia, terribilmente vero nell’amore, perché la tua figura vacilla di fronte agli occhi dell’amato, e questo è un problema.

Chi è grande e mi sta leggendo, probabilmente sorriderà. Forse si ricorderà di quando un banale virus passeggero è stato condizionante anche per lui. Ma come si fa a chiedere scusa?

Io credo si faccia con l’educazione.

Si fa con la riservatezza di chi sa rendersi conto del proprio limite e umilmente chiede perdono, e impara dal proprio errore a non farlo più. Certo, a volte uno starnuto non lo puoi comandare, a volte è così sincero e spontaneo che non è colpa di nessuno se non lo si riesce a trattenere, ed è qui che entra in gioco la seconda componente del perdono: l’altro.

Si può chiedere scusa quando l’altro sa accettare i limiti dello sbaglio, riconoscendo che certe cose possono capitare a chiunque. Si chiede scusa quando l’altro è dotato di raziocinio, quando riporta alla giusta dimensione il gesto commesso.

Sto parlando di sciocchezze, naturalmente, non di grandi buchi. Però sono quelle sciocchezze che ci fanno passare la notte in bianco. Quelle che ti alzi la mattina e aspetti che passino almeno 48 ore per poter dire che tutto è tornato a posto. Quelle sciocchezze che, appena hai finito di parlarne e l’altro ti dice ‘non c’è problema è tutto ok’, tu resti lì come un idiota a chiederti ‘chissà se è davvero ok, se non ci pensa più. Mi devo far perdonare’. Mi devo far perdonare. Glielo devo spiegare.

Rischiamo di diventare come il tizio di Čechov.

Forse è qui la soluzione: nel giusto equilibrio tra le parti.

Come sempre accade, la virtù sta nel mezzo. Non possiamo soffocare di scuse l’altra persona, non possiamo toglierci ore di pace alla ricerca di giustificazioni che non ci daranno mai la certezza che siamo stati compresi.

Quello che possiamo fare, però, è augurarci di ragionare, e di diventare più grandi in fretta. Ci possiamo augurare di sviluppare la capacità di chiedere scusa per noi, e di dare perdono per l’altro. E ci possiamo augurare di essere bravi ad invertire le parti.

Non è una recitazione di teatro, è la vita.

Starnutire sul vicino è un incidente di percorso, che capita a tutti, e che tutti, tizi e vicini, dovrebbero imparare a gestire. Auguriamoci di trovare un compagno di avventura che sia disposto a passare oltre la cosa, e non a passare sopra noi.

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I miei auguri per il nuovo anno

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E’ ormai il 28 e già si sono diffusi gli auguri per un nuovo anno. Nemmeno è finito questo, che siamo tutti pronti a chiuderlo in gran fretta scattando sull’ultima corsia, perché ogni volta ci lamentiamo di quanto gli ultimi mesi siano stati brutti, di quanto ogni volta sia stato peggio, di quanto siamo pronti ad aspettare il nuovo e a vedere cosa c’è dietro l’angolo, anche se poi il coraggio di affrontare le svolte siamo in pochi ad averlo.
Allora, io gli auguri ve li faccio da oggi, e ve li faccio nell’unico modo che conosco. Scrivendo.
Io vi auguro di avere il coraggio di voltare pagina, a partire dal primo gennaio.
Vi auguro di trascorrere la notte del 31 senza rimorsi né rimpianti, che siate da soli o nel mezzo di una festa di paese.
Vi auguro di essere certi delle scelte che fate, per evitare di sentirvi male dopo.
Vi auguro di scegliere con oculatezza le compagnie che frequentate, per migliorarvi ogni giorno di più.
Vi auguro di rimboccarvi le maniche per mettere in pratica il progetto che è chiuso nel cassetto da sempre.
Vi auguro di attivare l’orologio biologico, che vi consentirà di buttare quello che avete al polso e di apprendere che la misura del tempo è solo nella vostra testa.
Vi auguro di non badare alle convenzioni che impongono schemi contraffatti di relazioni sociali.
Vi auguro di trovare il coraggio di dire ciò che pensate, senza ferire gli altri e senza castrare voi stessi, per godervi le ore della vita al meglio.
Vi auguro di essere capiti, perché vorrà dire che siete stati chiari.
Vi auguro di non usare violenza. Ricordando che a volte la violenza è anche silenzio.
Vi auguro di avere la libertà di essere onesti con voi stessi, capaci di tirarvi fuori dalle vostre stesse trappole.
Vi auguro di rendervi conto che abbiamo tutti tempi diversi, porte di entrata diverse e diverse porte di uscita e, se deciderete di muoverne una, vi auguro di stare attenti alle vostre mani. E se poi vi schiaccerete qualche dito, vi auguro di guarire in fretta.
Vi auguro di non buttarvi alla cieca nelle braccia del primo che capita, avendo il giudizio di capire se vi sta spolpando vivi.
Vi auguro di rendervi conto che niente di quello che avete fatto si può considerare tempo perso, perché per voi è stata una fase di cui avevate bisogno, anche se agli occhi degli altri potrà essere apparsa come uno spreco di energie.
Vi auguro di affiancarvi a persone che vi vogliano bene.
Vi auguro di amare intensamente, vivere l’emozione dei primi incontri, le attese di un flirt, la passione bruciante negli occhi di uno sconosciuto che accende le vostra anima senza sapere perché.
Vi auguro di non trovarne la risposta, perché è nella fusione silenziosa di quel momento che si nasconde la magia di ogni spiegazione.
Vi auguro di provare il colpo di fulmine, che vi rende vivi e vi solleva un angolo della bocca per deformarlo in sorriso.
Vi auguro di imparare che la routine può essere più bella dell’imprevisto.
Vi auguro di essere amati senza paure, di avere qualcuno accanto che vi faccia tesoriere dei suoi più intimi segreti, che non abbia timore a piangere di fronte a voi, che sia pronto a lasciarsi andare piuttosto che a lasciarvi andare e che, quando glielo chiedono, dica che è fiero di voi.
Vi auguro di viaggiare e di perdervi abbastanza da sapere dove state andando. Perdersi è indispensabile per trovare la strada giusta.
Vi auguro di vedere con il cuore.

Non ci sono molte altre cose che vale la pena tenere a mente.

Semplicemente per questo anno, ma forse anche per i prossimi, io vi auguro di vivere. E di essere vissuti.

photo credits: Blaumohn, Make a wish

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Alexandre Bridge

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Sono macchine che corrono, sfrecciano tra le luci spente della città. Sono binari intersecati di vite affettive e di pensieri come autoscontro, sono risate che echeggiano nelle onde del fiume che ci taglia in due. Sono visioni oblique di paesaggi filmati con una super8, musica di passaggio che entra nelle vene, si piazza sugli impulsi elettrici del sistema nervoso e si trasmette penetrando in ogni cellula. Sono scariche che emettiamo nei movimenti, ogni cinque minuti. Sono sere in cui vogliamo uscire anche solo per correre, guardare gli altri, lasciarci, attoniti, assorbire dalle immagini vorticose intorno a noi, lasciarci assopire mentre vi fissiamo con sguardo catatonico. Sono momenti lunghi, che seguono giorni simpatici, progetti cose fatti lettere idee. Che precedono sonni disturbati, in attesa del quando. Che si intersecano in assurde gocce di lacrime, che non hanno senso di esistere ma che ci sono, qui, ora, grandi, lucide, tristi sempre.

photo credits: Angelreich, Paris Cruise

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Silenziosa notte.

(201111162349)

Ci sono cose che tu parli e le dici e loro non si stanno zitte. Quel genere di cose che sai che le devi tacere, perché altrimenti crei danni, ma vorresti parlare. Gridare, dire, fare, come quel gioco che si faceva da bambini. Chi lo sa, forse baciare. Ci sono cose che ti riduci solo a scrivere una lettera e che alla fine ti sembra di pagare testamento. Cose che, sshhh, non si possono dire!, perché se parli poi si fraintende, poi chissà che si capisce! Ci sono cose che non sai veramente più a chi le puoi confessare, perché gli amici non ti ascoltano, a casa non ti guardano, i conoscenti non ti seguono, e tu ti ritrovi da solo con la tua anima, a dire quelle cose che però le fanno tanto male. Ci sono cose che basta, non le vuoi più sentire. Poi vorresti alzare il telefono e sconfessare. Poi vorresti desiderare di non averlo mai fatto.

Ma allora, chi è che ti ascolta davvero, che ti può capire.

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A volte si ferma.

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Si ferma, sul ciglio della strada, e resta muta ad osservare.

A volte si ferma.

Si chiede se è stato tutto vero e se continua ad esserlo. A volte crede di no, perché è così assurdo che non può essere accaduto veramente. Ha l’impressione di essersi inventata ogni particolare, non ricorda nemmeno il giorno in cui ha cominciato. Se non fosse per le testimonianze, e le frasi dette da chi la ha visitata, se le ricorda quelle, ricorda tutto, penserebbe di aver costruito un mondo parallelo ad arte. Lo pensa ugualmente, a volte. Le pare di non riuscire a provare sentimenti. A volte non prova sentimenti. Le pare di essere una macchina, non ricorda, non rivive. Sa di odiare e non è sicura del significato. Pensa di essere pazza. In cinque secondi ogni giorno pensa di essere pazza, quando si ferma sul ciglio della strada, blocca il movimento e fissa il vuoto. Chi le ha portato via la sua essenza la ha nascosta bene. Non sa chi è. Non sa più chi è. Non capisce cosa vuole diventare.

A volte pensa di non essere capace di amare.