ponti di chicago, punto di attracco

Il punto di attracco

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Mi sono trovata a ripercorrere il mio blog, oggi, e con esso alcuni degli articoli che ho scritto in passato.

Ogni volta che qualcuno mi chiede “di cosa scrivi?” io non so mai davvero che dire.

Di “amore”, rispondo, “è il mio tema preferito”.

Scorrendo i vecchi articoli, ho perso il conto di tutte le volte che ho davvero parlato di amore; di tutte le volte che credevo di averlo trovato, e di tutte le volte che ho tentato di darne una definizione.

“L’amore è come una pizza margherita: pochi semplici ingredienti e tanto tempo di lievitazione.”

Questa è la frase che, tra tutte, è quella che ricordo bene di aver scritto, e che si avvicina di più a quel che credo ancora.

Lungo lo scorrere di quegli articoli, lento come il fiume Tevere della mia città, ho trovato diversi punti di attracco.

Alcuni erano marci.

Alcuni erano validi, ma non abbastanza forti.

Alcuni erano sbagliati.

Alcuni non erano proprio punti di attracco, ma quando sei in giro con la tua barchetta e ti vuoi fermare, fai di ogni posto una fortuna.

Guardando ognuno di loro, a volte mi sono chiesta se davvero ci abbia mai capito qualcosa; se non abbia cambiato troppe volte; se non abbia mai giurato amore troppo presto. O se invece confondevo tutto il tempo gli attracchi con le pizze margherita.

La verità è che ognuna delle persone che è passata nella mia di vita, così come nella vostra, ha avuto il suo senso.

Ogni amore è stato vero. Ogni parola detta è stata sincera e sentita. Con tutto il dolore che questo a volte ha comportato.

Come mi sono trovata a dire oggi, a volte soffri e ti si lacera il cuore con tutta l’anima attaccata intorno, e a volte vinci, ci guadagni e voli. In ogni caso, vivi. E non c’è cosa più bella.

Alla soglia dei 50 che compirò alla fine di quest’anno, mi trovo all’inizio di un nuovo libro nella biblioteca della mia vita.

Questa biblioteca scorre lentamente sul fiume. Ho smesso di correre e cercare affannosamente qualunque cosa non mi appaghi come persona. Scruto l’evoluzione; vedo i miei vecchi attracchi, rileggo i libri più vecchi, faccio tesoro di tutte le lezioni che ho imparato.

La migliore, quella che mi rende più fiera, è come la somma del tutto faccia di me la persona che sono oggi. Senza barriere temporali, ancora con la voglia di farmi cullare dalla giusta onda.

Lentamente, mi avvicino al punto di attracco.

Lascio che a guidarmi sia la mia consapevolezza di me stessa.

dating app foto profilo

Vita da Bumble

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La foto che vedete qui sopra è quella principale del mio profilo Bumble.

Yes, ho detto Bumble. Una delle dating app più famose al mondo.

Forse ricordete che un anno fa avevo scritto un breve articolo su Tinder e su come la cosa fosse lontana anni luce da me. Cosa è successo nel frattempo?

Ho capito che era ora di rimettere insieme i cocci di quel che restava e provare a voltare pagina.

Mi sono obbligata ad andare avanti.

I cocci in questione erano disintegrati e perennemente davanti ai miei occhi, quindi la scelta è stata riempire gli occhi di altro: a un certo punto, è diventata una questione di sopravvivenza.

Ho approcciato Bumble a gennaio 2022, dopo aver valutato altre non-so-quante applicazioni, e aiutata dalla mia dating coach alias mia figlia.

Ci ho impiegato cinque ore a settare il profilo (cinque ore al termine delle quali sono scoppiata in lacrime perché ero troppo lenta a fare swipe secondo i parametri generazionali e io in fondo manco ci volevo stare);
trenta minuti ad avere cinque match;
una buona settimana a capire il meccanismo generale.

Più ci passavo il tempo, più capivo che la realtà è davvero ovunque.

Le dating app sono un bar come un altro.

Sono sempre stata in accordo con chi non fa distinzione tra vita online e vita offline. Nell’era in cui viviamo non si può pensare che i social non siano reali e la vita non accada su internet. La vita accade eccome su internet, accade nei vostri telefonini ogni giorno.
Ci sono risvolti molto seri per questo discorso, prendiamo il cyber bullismo per esempio, ma – hey – questo è un articolo su me e le dating app, quindi niente cose pesanti oggi, solo minchiate. Restiamo sul pezzo.

Le dating app sono una roba reale, certamente non più da disadattati, specialmente durante una pandemia, quando non è che di occasioni per uscire ne hai molte.
Va da sé che sulle dating app non ci sono solo esseri che normalmente eviteresti, ma anche persone del tutto normali che cercano qualcosa di regolare. I tempi sono cambiati.

La vera domanda è: vuoi andare al bar delle relazioni o al bar delle sveltine?

In mesi di swipe, presa di visione di facce, lettura più o meno sommaria di biografie, chiacchiere introduttive, posso dirvi che almeno la metà dei profili è su Bumble perché la pandemia ha azzerato ogni forma di interazione sociale, e anche qualche matrimonio/convivenza.
Sì, alcuni soggetti sono proprio lacunosi di interazione sociale; altri sono aggressivi; altri ancora vogliono solo una cosa, la cara vecchia unica cosa.

Insomma, il minestrone è sempre lo stesso che incontreresti in un qualunque altro posto, nonostante la particolarità che distingue questa app da tutte le altre.

Bumble è come Dio: tre in uno.

Dating, amici e carriera. Tre opzioni, tre profili diversi da poter organizzare, dalle foto alla biografia, a parte alcune preferenze standard che non si possono modificare.

Non ho ancora provato l’opzione carriera, ma ho intenzione di farlo in un prossimo futuro.
Ho provato invece quella bff: vede soprattutto donne, viaggiatrici solitarie, divorziate, trasferite in cerca di sorellanza per formare un gruppo. Interessante scelta. Ci ho raggranellato un paio di contatti, ma le donne della mia età sembrano stentare a mantenere viva una relazione, ho avuto più fortuna sui gruppi Facebook. La ho aperta anche in Italia: un fiasco assoluto. Giusto un paio di persone come match potenziale, e solo straniere.

L’opzione relazioni ancora una volta è quella che mi sta regalando più materiale umano e un’esperienza sociale indelebile.

Per esempio, molto interessante è l’analisi socio-culturale attraverso Bumble. I profili degli italiani sono diversi da quelli di olandesi, francesi o americani. Questi ultimi li riconosci subito dalla frase di apertura; i francesi si accompagnano a un senso melancolico-poetico; gli olandesi sono felici di sbandierare ‘ambizione’ e ‘casa di proprietà, bel lavoro’ tra le qualità imprescindibili.
Ed è qui che alla fine mi perdo.

Vivere da sola.

La dura scelta alla mia età è decidere se accettare il primo che passa per non essere da soli, o restare soli per rispetto della propria persona, nell’attesa.

Io ho scelto la seconda strada.
A dispetto dei cocci rotti, di Bumble, e della paura di un futuro da vecchia zitella circondata nemmeno da gatti, sono anche consapevole che la persona sbagliata accanto è come essere soli. Ti puoi ingannare per qualche mese o anno, ma alla fine ci resti fregato. Il match non lo fanno le chiappe sode, i chili di trucco, i filtri Tik Tok, i gusti musicali, il lavoro, la macchina, l’ambizione. Il match – o almeno il mio, di match – lo fa il grado di maturità di entrambi, la visione della vita, la capacità di chiacchierare per ore, la voglia di essere migliori per l’altro e per se stessi.

Senza contare che sulle dating apps ogni volta ti devi ripresentare daccapo, ogni volta ripeti le stesse cose, ogni volta dall’altra parte c’è qualcuno che approccia in maniera diversa. E su Bumble, gli uomini non posso scrivere per primi: solo le donne sono autorizzate ad iniziare una conversazione. Pensate che questo sia una garanzia? Errore. Al tuo segnale, si scatena l’inferno.

Nell’articolo scritto a proposito di Tinder, citavo il fatto che interagire con qualcuno sia uno scambio di energia e quanto questo a volte possa essere drenante.

Così, ho finito per disattivare Bumble dopo qualche mese.
Ho bisogno di un break. E poi non sono guarita del tutto da quei cocci, ogni tanto ancora mi taglio.
Ma comunque, sola è sempre meglio che a random per appagare un desiderio temporaneo.

So che siete curiosi di sapere chi ho incontrato e che conversazioni ho avuto: non vi lascio digiuni, qualcuno era una vera perla.

Vi racconterò di lui.

Di Gerico, trapiantato ad Amsterdam. Coetaneo, padre single. Bel sorriso sguardo dolce che nasconde un pizzico di ribellione tra tatuaggi e moto. Team leader di non so che; un secondo lavoro come autore radiofonico; appassionato di musica. Mi chiede com’è andato il mio ultimo appuntamento – odoro una possibile red flag: questo mi dice che lui è un habitué. Gli chiedo della madre di suo figlio, mi dice con un senso di disprezzo che è una viziata e poi taglia corto – altra potenziale red flag. Annoto. Gli chiedo cosa lo ha colpito del mio profilo, mi dice ‘il tuo sguardo, mi suggerisce che mi proteggi e mi posso rifugiare’ – ancora un’altra red flag, o la madre del figlio era proprio una persona terribile. Gli do il beneficio del dubbio, la mia dating coach dice che sono troppo selettiva. Mi chiede di vederci, gli rispondo ‘mi piacerebbe, ma purtroppo i prossimi weekend non posso perché lavoro, che ne dici di incontrarci per un’oretta al bar in settimana?’. Mi augura buona vita e mi blocca.

Che tipi che ci sono in giro.

A.iviaggidelladruida.2021

A.

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Succede, insomma, che a tratti ancora ti penso.

Dondolante su tela di ragno, osservo con curiosità il disegno di te farsi sempre più sottile, incerto nel suo punto interrogativo. 

Ho passato così tanto tempo a chiedermi e ad attendere, che il tempo stesso ha perso conoscenza.

E’ così che mi manchi in bianco e nero, nel ricordo sbiadito di un quadretto dell’Ottocento. Con quell’amore e passione che solo in altri tempi; quella voglia di metter su famiglia, e la ricerca del coraggio per farlo.

Mi manchi, nel tuo romanticismo da cowboy post-atomico.

Mi manca la tua voce, questo è banale. Ma se la penso, la sento. Il suo tono strafottente, la sua risata. 

Mi manca quel sopracciglio che si inarca quando dubiti e stai per dire la tua.

Mi manca il “ti chiamo in video?”, e la tua barba non fatta su quella faccia da schiaffi.

Mi manca il confronto. 

Mi mancano le domande. 

Mi manca lo spessore, l’abilità di sentire, capire, scavare in profondità. Trovare il nero. Toccare il fondo e non vergognarsene di fronte all’altro. 

Mi manca quella capacità di essere nudi, onesti, se stessi, che è l’unica cosa che valga la pena trovare nell’altro e tutto il resto è irrilevante. 

Mi manca non averti detto che il segreto è, di fatto, tutto qui.

Mi manca non averti detto che ti amavo. E no, non lo sapevi. 

Mi manca non averti dimostrato che cos’è l’amore per me. Una serie di impulsi distopici ha alterato percezioni e possibilità, rendendo vano il concetto di speranza e futile ogni parola.

Mi manca il movimento nel pensiero comune.

Quando ci penso, una scia di parole, frammenti e luci vissute mi passa accanto, e la scorro brevemente. 

Vedo il fluttuare artistico delle tue mani in una luce blu.

Scorro ancora, e vedo l’eccitazione semplice e sincera nella condivisione di un’alba.

Scorro ancora, e vedo i tuoi occhi che mi guardano sotto la gonna.

Scorro ancora, e vedo la tua bocca semiaperta, l’espressione irretita dai miei lenti movimenti.

Scorro ancora, e vedo me che prendo i tacchi.

Scorro ancora, e vedo te che immagini me, su quel tavolo, con quelle scarpe.

Scorro ancora, e sento il sudore.

Scorro ancora, e sento te.

Scorro ancora e vedo un biglietto. E’ una nota scritta a matita su uno scontrino.

Scorro ancora – un’ultima volta, e vedo il nastro dei ricordi riavvolgersi. 

La tua immagine intermittente.

Un anello rotolare a terra.

Il mio cuore tagliato.

Un novembre scivolato.

Mi fermo un attimo.

E mentre penso che mi manchi come se fossi morto, finalmente realizzo che non ci sei mai stato. 

Quel che esiste è il quadretto in bianco e nero. La sagoma di un dolce sogno. Il profumo dei tuoi vestiti nel mio armadio. I ricordi belli. Il tuo sorriso. 

Perché il modo in cui mi manchi tu è delicato.

Delicato come ali di farfalla. La stessa leggerezza. La stessa unicità.

tattoo ace of spades

Demone artista

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La questione di Tinderen e delle tossine è un po’ il tema dominante di questo luglio.

Ho attraversato un mese complesso, che mi ha vista aumentare la mia produzione artistica per la prima volta dopo anni. E questo comunque è un bene.

Ci sono arrivata facendo un giro molto largo, partito nel 2020.

Durante il fermo dell’anno scorso, c’è stata una persona che mi ha fatto riflettere su me stessa.

Ero già avanti nel mio viaggio, ma c’erano degli aspetti che ancora non riuscivo ad affrontare nella maniera giusta per smantellarli, ed altri di cui non ero davvero cosciente.

Questa persona, parlando di sé e facendomi parlare di me, mi ha aiutata inconsapevolmente. Non ha detto cose particolarmente originali che qualcun altro non avesse mai detto. I concetti sono sempre quelli, a volte. Ma si è recettivi in maniera diversa, per via dello scambio di energie che si crea tra persone.

Con alcune, il collegamento è tale che pure se ti dicessero ‘carciofi’, tu ci troveresti un senso molto profondo.

Con alcune persone ti senti più a tuo agio. Di alcune persone ti fidi, o ti fidi di più.

Alcune persone sai che non ti tradiranno, o almeno così dovrebbe andare – poi, la vita accade -, perché sono le stesse persone che si raccontano con te, e con te mettono la loro anima a nudo, tirando giù le barriere della mancanza di fiducia, sentendosi finalmente liberi.

Alcune persone entrano a far parte di te e tu non ti sei nemmeno accorto come, quando è successo, perché, né quanto ti stiano aiutando a riflettere e crescere.

Atteggiamenti e abitudini dell’altro che danno forma ai tuoi lati oscuri, a un tratto sono lì di fronte a te, e hai due scelte: rifiutare di nuovo tutto a prescindere, solo perché lo hai sempre fatto e non conosci altra strada, o ammettere ciò che è altro da te, diverso da te, l’ombra di te, e accettare di cominciare a scavare, in un viaggio verso il basso molto doloroso.

Penso a emozioni incompiute, che hai messo a bollire lasciandole attaccare sul fondo della pentola e non avendo il coraggio di avvicinarsi più, perché la puzza è troppa.

Sembra tutto molto complicato?

In realtà non lo è. Fatemi riportare il concetto a un livello semplice:

Ci sono persone che ti aiutano ad aprire gli occhi sulla tua stessa vita e ti danno quella spinta necessaria a uscire dal tuo torpore e affrontare gli ultimi demoni rimasti.

Tra i demoni rimasti, c’era quello della creatività, sempre lasciata là, buttata in un angolo, un po’ maltrattata, poverina.

Accettare di essere un’artista, in un mondo – quello contemporaneo – che di fatto espelle il concetto prima ancora che sia nato, è stato il durissimo passo successivo.

Con la ripresa del mondo, e la necessità di portare avanti la vita così com’era, il demone artista ha sviluppato tutto un suo piano B. Sviluppato, abbozzato, ma ancora leggermente offuscato. Fino a questo luglio. La persona che mi ha aiutata in questo viaggio complice fino alla fine.

E anche qui, ho avuto due scelte: chiudermi e tornare indietro a ciò che conoscevo già e avevo già fatto mille volte, o mettere in pratica ciò che avevo imparato nell’ultimo anno, liberare le tossine, prendere il demone artista per le corna (non lo so, ce le ha le corna?) e approfittarne per cavalcarlo. Ora o mai più.

Si dice che alcuni artisti producano meglio quando soffrono. Altri fanno molto di più quando sono felici. Io non rientro nella seconda categoria. Ma va bene, ognuno sfama il proprio demone come meglio crede, come meglio sa fare. Il mio sta mangiando pensieri, gocce di sale, parole, foto, disegni su carta e sulla pelle. Sta mangiando note musicali. Si sta mangiando anche le ore notturne, e va a fare il rettile al sole.

Ero su youtube, l’altro giorno, e l’occhio mi è caduto su un commento sotto a un video:

“and that’s why I get excited when artists start dating, when they break up they release some fire tracks”.

Mi ha fatto sorridere un bel po’. Ho pensato che è cinico, ma anche tanto vero.

Artist demon

The thing with Tinder and toxins is the dominant theme of this July.

I had a complex month, during which my art production increased for the first time in years. I actually got here by taking a very wide loop, started in 2020.

During last year’s detention, there has been a person who helped me make some self-reflection.

I was already well along on my journey, but there were some aspects that I still couldn’t deal with properly, and some others that I wasn’t totally aware of.

This person talked and made me talk, and he unknowingly helped me. He didn’t say anything that was particularly original. The basic concepts are always the same, but one is receptive in a different way, depending on the exchange of energies that happens between people.

With some of them, the connection is such that even if you were told ‘artichokes’, you would find very profound meaning in it.

You feel more comfortable with some people. You trust them.

Those won’t cheat on you, or so it should be – then, life happens -, because they’re the same people who get their soul naked with you, putting down the walls of trust issues, finally feeling free.

Some become a part of you and you don’t even know how it happened, when, why – or how much they are helping you to reflect and grow.

Attitudes and habits that are the shape of your dark sides, suddenly become real in the other person, and you have two choices: to reject again regardless because that’s what you always do, or to admit what is other than you, and start doing your shadow work.

I am talking unfinished business, complex emotions that you’ve put to a boil by letting them stick to the bottom of the pot and not having the courage to get closer because the smell became too strong.

Does this all sound complicated?

It really isn’t. Let me bring the concept back to a basic level:

There are people who help you open your eyes and give you the boost you need to get out of your slumber and face the last remaining demons.

Among the demons left was creativity, always left there, thrown in a corner, a little mistreated, poor creature.

Accepting to be an artist, in a world – the contemporary one – which in fact expels the concept even before it’s born, was the very hard next step.

With the world opening back up, and the need to carry on with life as it was, the artist demon developed a whole plan B. It was sketched, but still slightly clouded. Until this July – the person who helped me in this journey, complicit to the end.

And again, I was left with two choices: shut myself up and go back to my usual past, or set myself free, put into practice what I had learned the last year, release the toxins, take the artist demon by the horns (does he have horns?) and ride this opportunity. Now or never.

It is said that some artists perform better with suffer. Others do much more when they are happy. I don’t fall into the second category. But that’s okay, everyone feeds his artist demon as they see fit. Mine is eating thoughts, drops of salt, words, photos, drawings on paper and on the skin. He is eating musical notes. He is also eating night hours, and going reptile in the sun.

I was on youtube the other day, and my eye fell on a comment under a video:

“and that’s why I get excited when artists start dating, when they break up they release some fire tracks”.

It made me smile. I thought it’s cynical but very true.

i viaggi della druida-self portrait-tinderen

Tinderen (con l’accento sulla i)

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La mia migliore amica dice che dovrei iscrivermi su Tinder.

“Giusto per – mica ci devi trovare l’amore della tua vita. Esci, ti diverti, ti distrai un po’; conosci gente.”

Dopo mesi che ci pensavo, ieri ho deciso di gugolare.

Il motore di ricerca mi restituisce il risultato ovviamente in prima pagina, e insieme ad esso le domande più fatte dagli utenti. “E’ gratis?” è la più gettonata. Ah però – siamo diventati tirchi nei sentimenti così come nei soldi. Mi chiedo, ma ‘sta gente che ha fatto questa domanda qui, è consapevole che a un certo punto, con quella persona che hai trovato su Tinder, ci dovrai uscire e probabilmente le pagherai da bere?

La cosa che mi colpisce di più, comunque, è il modo in cui l’applicazione si vende all’ignaro utente. “Tinder trova i singles nella tua zona”, e sottolinea singles mettendo la parola in neretto.

E niente, non sono nemmeno arrivata a cliccare sul sito ufficiale, dopo quello.

Non ce la faccio proprio, a dare il mio click a un sistema che fa girare tutto intorno a una parola che sappiamo tutti che è una balla in un sacco di casi, e per di più in un paese che del nome del sito ne ha fatto un verbo. Io tindero, tu tinderi, egli tindera. Ti prego.

Penso alla mia amica che è stata iscritta a Tinder e ha fatto collezione di insoddisfazioni, maleducati, esperienze al limite del rispetto umano. Penso a quante volte la ho vista piangere, e a come alla fine ha trovato l’amore per caso e dal vivo.

Penso al tizio che avevo conosciuto circa 15 anni fa su non mi ricordo nemmeno che sito era ma non c’era la foto, e avevo accettato di incontrarlo per pranzo. Si era descritto come Tom Cruise. Avete già capito dove sto andando a parare.

Una persona porta con sé una massa di energia. Interagire con un’altra persona è uno scambio impegnativo, pure se per un caffè. Avete presente quando ogni tanto siete fuori con amici/colleghi e tornate a casa che vi sentite completamente drenati?

Interagire con qualcuno che il più delle volte il caffè nemmeno lo vuole e sta pensando a che reggiseno porto sotto la mia scollatura, è un impegno che non mi sento di prendere. Nulla in contrario con chi lo fa: semplicemente, non è il mio.

Così, mi sa che passo anche questa volta, ma se cambio idea, vi aggiorno. Per ora, una semplice foto sul mio Instagram per dire ciao ai miei amici andrà più che bene.

Tinderen (with the accent on the ‘i’)

My best friend says I should sign up on Tinder.

“Just for fun, you know” – she said – “You don’t have to find the love of your life, there. You go out, have fun, get distracted; you get to meet people.”

I thought about it for months, until yesterday I decided to google it.

The search engine shows the results on the first page, and together with the name of the app, it also shows a list of Q&As. “Is Tinder free?” is the most asked question. Geez – we have become stingy in feelings as well as with money. All these people who asked this question, are they aware that at one point you’ll have to go on a date with that person and you’re probably gonna pay for a drink?

The thing that strikes me the most, tho, is the advertising that the app does. “Tinder finds singles in your area”, underlining singles in bold.

Welp, I didn’t dare going further, after that.

I just can’t do it. I cannot click on a system that revolves everything around a word that we all know is a lie most of the times, and contribute to its popularity, moreover in a country that made a verb out of the app’s name:  I tinder, you tinder, he tinders.

I think of my friend who signed up and collected dissatisfaction, rudeness, experiences bordering on human respect. I think of how many times I’ve seen her cry, and of how she eventually found love by accident, while she was in a bar.

I think of the guy I met about 15 years ago on I don’t even remember what site it was but there was no photo, and I agreed to meet him for lunch. He had described himself as Tom Cruise. You already know where this is going.

A person carries a mass of energy with them. Interacting with another person is a challenging exchange, even if for a coffee. You know that feeling, right?, when you are out with people, and then come home feeling completely drained.

Interacting with someone who probably doesn’t even want coffee and is thinking about which bra I wear under my neckline, is a commitment I don’t feel like making. Anything against whoever does it: it is simply not my thing.

So, I guess I will pass also this time, but I’ll let you know if I change my mind. For now, it’s ok just to say hello to my friends, through my Instagram profile.

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Cose nuove che ho imparato sull’amore negli ultimi 6 mesi

Ma pure 10, o 12

 

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L’amore non è una taglia di reggiseno.

Non importa quanto grande sia la mia coppa, il mio cuore vive al di sotto e puoi sentirlo. E’ grande. Decisamente grande. Decisamente più grande della mia taglia.

L’amore non lo abbatti con le distanze,

ma proprio per niente. Provaci pure disperatamente, ma solo il tempo ti darà ragione. D’altra parte, puoi avere accanto colui o colei che chiami amore tutti i weekend, e non sentirlo/a vivo/a.

Vero, c’è una sottile linea che divide l’amore dalla fissazione. La seconda, però, va via con il tempo. Specialmente durante una pandemia, che rende il tempo sospeso per definizione.

Vero, una pandemia rende il tempo così sospeso che la fissazione sembra non levarsi mai. Sembra- appunto. C’è una ragione se esiste il proverbio ‘lontano dagli occhi, lontano dal cuore’.

E ancora vero, ci sarebbe da definire cos’è l’amore. Ma trovatemi anche una sola, dico una, persona capace di farlo in un modo che renda tutti d’accordo e poi ne riparliamo. Sono secoli che ci proviamo tutti.

 

L’amore è acqua nel deserto.

E’ esattamente quella coppa di cui hai un bisogno disperato quando sei a secco, e quella coppa che ti porti dietro quando sei ok ma ti prepari a fare provviste perché non si sa mai, in futuro.

E’ quella goccia di soddisfazione in un mare di niente. Che ti riempie di speranza. E di vita. E di forza per andare avanti.

 

L’amore è e resterà sempre un pugno nello stomaco che non vuoi avere.

Perché non puoi avere idea di cosa comporterà un gesto del genere, anche se è il medico che ti dice che ti farà del bene perché ti farà passare, che ne so, la gastrite. Vuoi la gastrite o un pugno nello stomaco?

 

L’amore è una barzelletta.

Quella cosa che pensi di capire che piega possa prendere, e a un certo punto ti convinci pure che vedi la curva e ne intuisci il futuro, ma alla fine accade sempre qualcosa di imprevisto e

resti così

senza parole

con il fiato sospeso

senza dubbio sorpreso

sorpreso bene

Sorpreso che ti è piaciuto.

Che ti è piaciuto così tanto che vorresti che il tizio (o la tizia) che ti ha raccontato la barzelletta non smettesse mai e continuasse a farti ridere per sempre.

Ora, a questo proposito vorrei solo dire che trovare il tizio o la tizia che ti fa ridere per sempre è possibile.

E lo dico dopo tutte le delusioni che ho vissuto, e che so che i miei amici e conoscenti hanno vissuto, ma ci sono quei due-tre esempi, quei due-tre esempi che conosco di persona, che stanno ancora ridendo da anni. E sono queste coppie che mi danno speranza e che dovrebbero darla a tutti i voi. Ed è il tizio che mi ha ispirato questo articolo che dovrebbe darla a me.

Pausa.

Ho scritto 5 cose, per ciò che ho imparato dall’amore negli ultimi 6 mesi. Voglio aggiungerne una sesta.

 

L’amore è istinto.

Chiudete gli occhi, guardate dentro di voi, restate in silenzio e abbiate il coraggio di rispondere alla domanda che segue:

che nome ha la persona a cui questo articolo mi fa pensare?

Ecco la vostra risposta. Ecco cosa dovreste fare. Se ancora vi state nascondendo, uscite. L’amore è un tentativo.

Perchè ditemi: esattamente, che cosa avete da perdere che non avete già perso, e quanto invece avete potenzialmente da guadagnare, se smettete di avere paura che non possa funzionare e vi lasciate andare ancora una volta?

photo credits: umanzorjennifer.wordpress.com

 

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Naked.

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“Io non ho bisogno di nessuno.”

E’ una frase molto usata, dalle persone.

E’ una frase molto usata dalle persone che sono sole.

Però è falsa.

Non è vero che non abbiamo bisogno di nessuno, che ce la possiamo cavare anche da soli, che ci bastiamo senza che qualcuno ci metta il resto e scarti gli avanzi. 

Non ci sono avanzi, quando a compartire si è in due.

Non è vero che tutti sono utili e nessuno indispensabile.

Cercano di farci credere che sia così.

Io andrò controcorrente, ma la penso in maniera completamente opposta.

Io penso che possa esistere qualcuno di cui aver bisogno. 

Ma penso anche che questa sia una frase che funziona solo quando è ricambiata.

C’è un qualcuno che, fino a che non c’era, pensavi non potesse esistere.

Un qualcuno che viveva solo in una proiezione dei tuoi sogni, dei quali hai fatto un calco su ogni persona con cui hai intrecciato la tua vita.

E’ facile sfiorare la confusione, in questo senso. 

Attribuire un ‘io ti amo’ a chi in realtà è un ‘io ti bramo’.

Ma un cuore puro sa riconoscere la differenza.

E non è vero nemmeno che, alla lunga, le storie tra le persone sono tutte uguali.

Non sono tutte uguali. 

Non sono tutti uguali.

C’è un incastro chimico iniziale a fare la differenza.

Quella cosa che la gente chiama ‘colpo di fulmine’, probabilmente.

Quello sguardo che ti scambi e capisci che hai davanti una persona diversa dalle altre, per come sei fatto tu; in fusione con te, per come sei fatto tu; con la quale ti intendi subito eppure il tuo pensiero non è facile, per come sei fatto tu. 

Quella, è la persona di cui hai bisogno.

Perché mai e poi mai vorresti rinunciare a una parte di te.

A chi ti capisce. 

A chi ti ascolta anche quando non stai parlando.

A chi ti vede anche da bendato.

A chi ti fa ridere.

A chi ti lenisce un dolore con la sua presenza.

A chi condivide con te i più piccoli fatti della giornata senza sentirsi in imbarazzo da banalità.

A chi è capace di stare al telefono con invariata disinvoltura, siano due minuti o due ore.

A chi non ha vergogna di dirti ‘sono contento che ci sei’.

A chi ancora ha voglia di toccarti, perché sa che la voglia si rigenera spontaneamente.

A chi non ti stanchi di baciare.

A chi non conosce le forzature e lascia la libertà.

“Io ho bisogno di te.”

E’ una frase che non tutti sanno dire.

Ed è un privilegio potersela permettere.


(photo credits: Photo by Jairo Alzate on Unsplash)

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Cosa ho imparato sull’amore fino ad oggi

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Gesù, lo so già che mi sto imbarcando in un argomento difficile, ed è solo lunedì mattina.

Dovrei dormire e invece me ne sto qui a scrivere.

Di tutte le cose di cui parlo l’amore resta sempre la mia preferita, e quella per cui ogni volta ci lascio il cuore.

La questione è che la vita e la testa sono in continuo mutamento.

Pretendere di avere una teoria che sia sempre la stessa a riguardo è un po’ folle, se il tuo corpo si sta muovendo davvero nello spazio e nel tempo.

A proposito di tempo, l’amore non è una questione di età.

Piuttosto l’età è una convenzione legata al sistema. Un sistema antico e duro a morire, che vedeva l’uomo cacciatore e protettore, e la donna a casa a cucinare il leprotto conquistato.

Se lui è più grande di lei di, che so, 1-5 anni, tutto a posto. Tutto nella norma. Se lui è più grande di lei di 15 anni, lui è un maiale ma comunque un figo, lei una poveretta in cerca di soldi.

Non parliamo del contrario. Lei più grande di lui, che sia di 5 o di 15, è una mantide assatanata con complessi giganteschi nei confronti della vecchiaia e che avrebbe bisogno dell’analista. Di certo non è vista figa, ma chi lo è resta sempre lui – che sta con una più grande e ha capito tutto dalla vita.

Se tutto questo non è un sistema unga-bunga primordiale che ricorda i nostri antenati, ditemi voi che cos’è.

Inesistente, nel mormorio logorante delle persone, la considerazione delle vite personali, delle storie che ci sono dietro ogni scelta.

Tra l’altro, la vivacità e la stimolazione derivanti da persone differenti da noi per età sono incomparabili.

Considerazione personale. Con i coetanei, la frase più ricorrente nel tempo libero è “ti ricordi quella pubblicità?”, e la musica più ricorrente è quella anni ’80 (nel mio caso. Che se poi c’è una roba che detesto, è proprio la musica anni ’80). A qualcuno sta bene così, ma di certo siamo tutti d’accordo che questo non è un parametro fondamentale per amarsi.

Sempre parlando per me, con i più grandi si passa il periodo a deprimersi dietro le crisi esistenziali. Cinquantenni che conosco, non me ne vogliate, anzi, se vi può consolare, credete di essere gli unici ma non lo siete: è un pensiero comune quello della tristezza, e scarseggiano purtroppo le forze (mentali) per fare qualunque cosa.

Cade l’interesse, in gocce di vita sciolte sull’asfalto.

Fun fact. L’altra notte ero in pausa, esco dalla stanza e vengo abbordata da uno che non vi sto a dire chi è, comunque era un tipo tranquillo. Dopo avermi chiesto quanti anni avessi e aver io accennato all’esistenza di una figlia, nel giro di cinque minuti questa persona si è giocata le sue carte così: “non ho figli e questo è il segreto”, “sono buono ma mi hanno sempre fregato tutti nella vita”, “sto vivendo una crisi esistenziale di mezza età e vado dietro alle ragazzine”, “mi sono licenziato e ora non faccio assolutamente niente”. Affermazioni 1 e 4 dette con molta fierezza. Affermazione 1 veramente geniale, se vuoi rimorchiare una madre.

Tra le varianti d’età che mi ha offerto la vita, sono stata sposata con una persona più grande di me di sei anni. Ho avuto una relazione con una persona più piccola di me di otto anni. Indovinate quale delle due storie è stata più difficile.

Capisco davvero solo oggi, gennaio 2019, quanto è vero che l’età sia solo un numero.

Ho nominato i figli. L’amore non è nemmeno una questione di bambini.

Nel senso che non è certo facendone uno che tieni unita la coppia, anzi rischi proprio l’effetto contrario e pure immediato. E anche nel senso che non è non facendone che sei felice.

Un figlio è limitante, deprivante, totalizzante, e come se non bastasse a un certo punto diventa pure ingrato e irriconoscente, ma è l’esperienza di vita più eccezionale che si possa fare. È così forte che te la dimentichi com’era fatta, la tua di vita, prima di averne uno. E non è poi così un male; è solo un’altra cosa.

‘Ste creature mettono in piedi un filo trasparente che, tra l’altro, agli occhi di chi non è genitore risulta e risulterà sempre del tutto incomprensibile. E anche questo rientra nella normalità, l’importante è sapersi accettare.

Nel concetto di sapersi accettare: l’amore non è una questione di razze.

Sembra banale, non lo è.

Vivo in Olanda e quel che i miei occhi vedono non ha distinzione: non ci sono bianchi, neri o asiatici, ci sono persone.

L’ho sempre detto e continuerò a dirlo, l’Olanda mi vede confusa e in perenne conflitto geografico, ma amo questo paese per la tolleranza e l’accettazione delle diversità presenti più che da altre parti (no, questo non è il posto perfetto, ma la perfezione lo sappiamo che non esiste).

Maschi, donne, gay, bianchi con neri, quasi tutte le nazioni del mondo presenti, miscellanee etniche, culturali e gastronomiche: questa è cittadinanza globale, e apre il cuore.

C’è solo che da crescere e da imparare.

Ah. E poi l’amore non è avere gli stessi gusti.

Trappola pericolosa.

Cucinare sapendo che tutto ciò che preparo sarà apprezzato non mi mette al riparo dagli urti della coppia. Una tortilla non mi proteggerà da uno schiaffo, un sushi non laverà le incomprensioni, un taco non salverà il mondo.

Lo stesso valga per altre piccole somiglianze che ti portano a dire “ma dai, pure io, ma allora è destino!”. Non è destino; più probabilmente, qualcuno cresciuto nello stesso periodo o ambiente culturale.

Conosco una coppia affiatatissima, lui fisico astronomico lei pittrice.

Un minuto di silenzio dopo questa affermazione.

Despairing Red (Love), by Kemal Kamil Akca

Non ci sono barriere se non quelle che ti vuoi creare tu.

E dio solo sa che passiamo il tempo a crearcene, perché non siamo quello che gli altri si aspettano o quello che la nostra famiglia si aspetta.

Se solo riuscissimo a lasciarci andare.

Io forse sono sempre priva del vero significato dell’amore, o forse il vero significato non esiste: forse ognuno ha il suo.

O forse l’amore cambia perché è e sempre sarà un sentimento in mutamento. Ma è proprio questo mutamento che dovremmo assecondare, se vogliamo provare.

Smettere di giudicare, aprire le mani e intrecciarle.

Chiudere gli occhi. Perdonare, ma soprattutto cominciare a perdonare noi stessi, perché è l’unico modo per accorgersi del bello, se arriva.

Restare empatici. Restare empatici.

Avere voglia di scoprire altre realtà, di giocare. Essere se stessi nei gesti quotidiani.

Io, per esempio, so che sto trovando l’amore con qualcuno quando rido.

Questo ha molta più importanza di un piatto di sushi condiviso.

Questo, l’attenzione verso l’altro, e la visione comune verso un punto che si perde all’orizzonte.

E cosa importa di tutto il resto.

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Vorrei che tu sapessi che sto bene

(201709302340)

Voglio portarti a vedere i miei luoghi.

Voglio dividerli con te, voglio mostrarti cosa ho imparato.

Voglio farti vedere con i miei occhi – se solo potessi.

Se solo potessi portarti oltre confine e farti ammirare il blu con le stelle, le stelle che ogni tanto appaiono anche qui.

Quelle stesse stelle sono uguali dappertutto e basta guardarle per essere collegati. Il mondo è così piccolo.

Se solo potessi farti vivere le stagioni che vivo io dal ponte. Lo fotografo ad ogni cambio, ad ogni ora, all’alba e al tramonto, per farne un giorno una mostra personale di esposizione del tempo.

Voglio portarti a vedere le casette buffe e ogni altro dettaglio che del paesaggio colgo, dal finestrino del mio autobus.

Quando si fa sera e cala la notte, e qui a volte cala molto presto, vedo le luci dei pub brillare e penso a quante passeggiate faremmo, a ciò che potremmo dirci, a cosa potresti notare.

C’è una statuina, in quella piazza, di una piccola Anna Frank, che ho scoperto per caso. Quasi non si vede, abbagliata dalla bellezza della chiesa sconsacrata di fronte a lei, e dal venditore di finti panini italiani al suo fianco che fa capolino durante il giorno.

Voglio portarti a vedere i miei recinti e il mondo che racchiudono. I tetti strani e spioventi, le mega ville che pensi costino una fortuna e invece tutti potrebbero avere, i giardinetti perfetti da Mulino Bianco.

Voglio farti vedere che razza di ragni giganti ci sono da queste parti e come ho smesso di avere paura di loro. Come ho dovuto ingegnarmi a combattere contro vermi, e parassiti, e zecche, e topi.

Vorrei farti vedere quanto ho scoperto di essere diventata forte, quante cose non sapevo di me e ho imparato.

Voglio portarti a vedere le immagini riflesse sui canali. Farti vivere l’ebbrezza di una casa storta e di un waffle aggrovigliato nell’unto.

Voglio spiegarti cosa c’è davvero in un coffee shop e come cambiano le percezioni. Il primo giorno vivevo in una delle città più ambite del mondo, il quarto mese vivevo in un posto come un altro.

Voglio farti vedere, però, come anche in un posto come un altro può sbucare un tramonto all’improvviso, con un sole che sembra un rosso d’uovo e ti lascia così a bocca aperta che pensi che, oh sì, hai scelto proprio una buona città per le tue ispirazioni.

Voglio farti vedere le gocce di pioggia che si fermano sulle ragnatele. E paragonarle alle gocce di pioggia che si fermano sulla sabbia d’estate.

Voglio spiegarti dove fa capolinea l’autobus, che significano quelle parole e dove mangi davvero italiano.

Voglio vivere con te la malinconia dell’Italia, pensandola da lontano, e decidere alla fine di farci un brindisi.

Voglio farti assaggiare il vino con il tappo a corona. E ti prego, non dire niente, perché il tappo a corona non è nulla dopo che hai visto un Pinot blu.

Voglio che tu veda le striature del cielo, certi tramonti di un colore pari a quelli che appaiono dal lungotevere e ti fanno dire oh sì, eterna Roma mia, mai nessuno ti sostituirà.

Voglio farti provare gli oliebollen quando fa freddo. Assaggiare le bitter ballen, il rotolone alla pasta di mandorle che mi piace tanto, e i poffertjes che ancora mi sono sconosciuti.

Voglio farti vedere come il Natale si dilata da settembre a fine anno. Voglio farti sentire che aria tira, che cos’è una cena di famiglia il 5 dicembre. Voglio farti vedere quanto americano c’è negli addobbi casalinghi.

Voglio farti vedere così tante cose che non so se una vita basterebbe.

Ma vorrei che vedessi attraverso il mio cuore. Che respirassi la mia aria, la neve d’inverno, la brezza sulle maniche corte di maggio.

Vorrei che sapessi come si sta ad essere lontani da quella che hai sempre chiamato casa, anche se lo sai, a pensare in una lingua diversa da quella in cui scrivi, anche se lo sai, a raccontare i tuoi sentimenti in una lingua diversa da quella in cui vivi.

Vorrei dirti di come si sta stretti a chiedere aiuto in lingua straniera. Devi cercare sul vocabolario per essere preciso. Devi imparare a razionalizzare anche il dolore, fisico e interiore. Ma anche questo lo sai.

Vorrei che sapessi che tutto è facile e normale, come se la vita fosse sempre stata questa, ma allo stesso tempo tutto è strano e irreale, come se la vita fosse una bolla. Una bolla che non ti permette di appartenere più a nessun luogo e a nessuna nazione. Hai solo la certezza di appartenere a te stesso. Fuori dalla tua figura, i vecchi amici non ti riconoscono più il diritto di essere italiano, e i nuovi amici ti riconoscono solo come straniero. Alla fine, sei altro.

Ma immagino che questo sia il prezzo da pagare, quando scegli di essere via.

Eppure, sai che c’è? Io resto io. Con la voglia di vederti, con la voglia di abbracciarti, con la voglia di portarti nel mio mondo.

Perché, per la prima volta, raccontare non mi basta.

Vorrei che tu sapessi che sto bene.

olandesi vestiti da cupido alla stazione di rotterdam

Cupido è olandese

Avvistato Cupido a Rotterdam.

Anzi, Cupidi, come potete vedere dalla foto qui sopra. Erano alla stazione centrale. Fermavano le varie donzelle dal volto ispirato, chiedendo loro se volessero firmare cartoline di San Valentino.

Eh sì perché in Olanda le cartoline vanno per la maggiore:

‘Liefde’: ahh, che parola romantica. Vuol dire amore. La sua natura delicata la si intuisce dalla componente consonantica.

Scrivere valentine come faceva Snoopy è tradizione, in questo paese.
Mi raccontano i miei vicini di casa che, tanti anni fa, le cartoline erano anonime; bisognava interessarsi, rendersi parte attiva per capire chi c’era ad amarti segretamente.
Ho spiegato che in Italia non abbiamo le cartoline con le dediche passionali ma abbiamo i baci Perugina, con le frasi sempre più stitiche. In una decade siamo passati da Platone e Baudelaire a Fedez e la Pausini.
In Italia non abbiamo le valentine, abbiamo i regali e le cene. La cena è obbligatoria. Su questo punto si sono messi un po’ a ridacchiare: “Ma anche da sposati?” hanno chiesto. Ehm, sì, se vuoi mantenere la tradizione (e l’unione della coppia). Il rituale prevede una rosa, una pizza e un po’ di ginnastica della digestione.
In Italia abbiamo anche la cena dei single, il 15. E lì, grasse risate.

Da queste parti vedono quasi tutti solo l’aspetto commerciale della cosa. Qualcuno si fa i regali per presa in giro. La cena non esiste. I fiori nemmeno, ma come potrebbe essere diversamente in una nazione che i fiori li esporta nel mondo e li vende al supermercato accanto al latte e alle bistecche.
Così, ho svolto un breve sondaggio dall’alto fondamento scientifico – ben 10 intervistati, più o meno – per cercare di capire come agisce Cupido e come scocca la scintilla dell’amore. Vado ad elencarvi i risultati:

  • le italiane dicono che gli olandesi sono poco romantici;
  • le olandesi dicono che gli italiani sono tanto rimorchioni;
  • gli italiani dicono che le olandesi fanno la prima mossa;
  • gli olandesi dicono che le olandesi fanno la prima mossa;
  • i Cupidi della stazione non sanno / non rispondono / non sono pervenuti;
  • a me è comparsa su facebook una pubblicità di un sito di incontri online, e dire che il sondaggio lo ho fatto di persona.

E allora addio romanticismo, ciao valentine da scrivere, bye bye cena. Mi mangio i baci riportati dall’Italia, con i biglietti tagliati male e le frasi ormai stampate in un carattere per miopi, e ascolto un po’ di musica.‘Meet the most attractive men in Utrecht’, o qualcosa del genere. ‘Ti diamo gli indirizzi dei locali dove trovarli’. In home page, un tipo che definire bello è sfacciatamente riduttivo.

Utrecht ha circa 300 mila abitanti di cui forse un terzo expat, un terzo sotto i 30 anni e i rimanenti quasi tutti arabi.Dovrebbe essere facile individuare ‘sto tipo, ma pure senza andare nei locali.
Invece chi trovo io? Solo i Cupidi. Per di più in un’altra città, per di più con dei vestiti discutibili.Ma forse è meglio così. Sapete come si dice ‘ti amo’ in olandese? ‘Ik hou van jou’. Prima che io abbia imparato a dirlo, il tipo fico del sito sarà invecchiato.Quand’ecco che appare lei: “Ik hou van jou”. Cantante: Maribelle. Video del 2003. Canzone del 1984, ben piazzata all’Eurovision.
Leggo il testo, è romanticissimo. Non capisco molto le ballerine iniziali, pure un po’ scoordinate. E vabbeh, lasciamo stare anche la bambina. Ma questo motivetto mi dice qualcosa…
…sono sicura di averlo già sentito.
Sta a vedere che gli olandesi sono romantici sul serio?